Molto rumore per nulla?

Una bilancia sui cui piatti in equilibrio sono disegnati i simboli del genere maschile e femminile

Sono cresciuto in una società che si è sempre rivolta a una sola sua parte, a una sola metà, quella maschile.

Una società dominata dal maschile sovraesteso in cui si è sempre dato il buongiorno a “tutti”, in cui per parlare della specie umana ci si riferisce agli “uomini”; una società che ha sempre fatto fatica a usare i femminili di professioni che, in un passato ancora vicino, erano appannaggio quasi esclusivamente degli uomini come avvocata, ministra, ingegnera. Eppure quei femminili esistono, ce lo dice la grammatica, tant’è che nessuno (al maschile) si è mai lamentato dell’uso di femminili come segretaria, maestra, parrucchiera.

Poi, qualche tempo fa, abbiamo cominciato a parlare della questione di genere. Non io, ma tante donne. In Italia, una delle persone che ha contribuito a rendere popolare la questione dei femminili professionali è stata la sociolinguista (e mia cara amica) Vera Gheno, che sull’argomento ha scritto un libro da leggere assolutamente intitolato Femminili Singolari.

Da quando è stato posto il problema di un certo maschilismo linguistico, abbiamo assistito al festival del benaltrismo. Una pletora di maschi infastiditi spiegava a tante donne che i problemi delle donne sono ben altri, mica si risolve nulla con questa storia del linguaggio. Che poi, se proprio non cambia nulla, non capisco perché opporsi tanto e non riconoscere visibilità nella narrazione della società a chi ne è stata sempre esclusa o mal rappresentata.

Tra attacchi, troll, shitstorm, articoli e conferenze in cui le posizioni andavano da “ministra è brutto” a “avete già ottenuto il voto e l’aborto, adesso volete pure cambiare la lingua” a posizioni e argomenti che sono invece entrati nel merito della questione da un punto di vista accademico, è avvenuto il miracolo.

La gente, a poco a poco e senza pistole puntati alle tempie, ha cominciato a augurare il buongiorno a tutte e a tutti, a usare quei femminili professionali già previsti dalla nostra bellissima lingua eppure mai usati, come assessora, o magistrata.

Sembrano meno presenti anche quelle persone che “e allora diciamo anche il ‘pediatro’ oppure il ‘guardio’.” Chissà, forse hanno deciso di studiare un po’ e hanno scoperto l’esistenza nella nostra lingua dei sostantivi ambigeneri (il/la pediatra, il/la presidente) e di quelli di genere promiscuo (la “vittima” o la “guardia” sono di genere femminile anche quando indicano una persona di genere maschile).

Insomma, ormai è diventato sempre esteso l’uso del femminile in conferenze, nei meeting di lavoro, tra gruppi di conoscenti o alla radio, e anche il superamento del maschile sovraesteso si fa strada, in modi diversi, nella ricerca di una soluzione equilibrata che dia la giusta visibilità a una metà della popolazione.

Ecco a cosa serve l’attivismo, ecco perché è necessario fare casino su certe cose. Perché poi, alla fine, quello che si vuole ottenere non è l’imposizione di un altro punto di vista con la forza, quello vorrebbe dire annullare un privilegio per instaurarne un altro. Ciò che si vuole ottenere, facendo casino, è spostare l’attenzione su un problema, dire alle persone che anche se non ci hanno mai riflettuto prima, esiste una questione irrisolta. Serve a spingere coloro che non si sentono rappresentate dalla narrazione comune della società a reclamare il loro posto, trovare persone alleate, aprire un dibattito. Far riflettere sull’argomento.

Non dover riflettere sul fatto che la narrazione corrente non preveda la tua esistenza è un privilegio, e questo vale per tutti i gruppi marginalizzati, che vengono esclusi anche dalla lingua che non trova (o non vuole trovare) parole per definirli.

P. S. Forse non ci avrete fatto caso, ma in questo breve scritto non è stato utilizzato il maschile sovraesteso, a dimostrazione del fatto che un’equità linguistica è possibile e anche semplice, basta volerlo.

 


Copertina del libro "di pari passo. il lavoro oltre l'idea di inclusione. di Fabrizio Acanfora, edizioni Luiss University Press

Se ti interessa il mondo dell’inclusione lavorativa, se vuoi conoscere la storia di questo processo e desideri affrontare i limiti che lo caratterizzano, allora ti piacerà il mio nuovo libro Di pari passo. Il lavoro oltre l’idea di inclusione, edito da LUISS University Press, disponibile qui

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