Il concetto di normalità

Tutti noi utilizziamo quotidianamente l’aggettivo ‘normale’. Attribuiamo un valore a oggetti, persone, comportamenti e situazioni facendoli ricadere nella categoria della ‘normalità’ oppure fuori, in quella zona grigia e indefinita che è l’anormalità, la diversità, e lo facciamo senza nemmeno pensarci, dando per scontato che queste categorie siano reali. Eppure ‘normale’ come vocabolo non ha sempre avuto il significato che oggi conosciamo e che utilizziamo con tanta disinvoltura per catalogare la realtà.

Fino alla fine del 1800, il termine normale’ era usato nell’ambito della geometria e significava perpendicolare’. Tale significato deriva direttamente dal vocabolo latino ‘norma’ ossia squadra (lo strumento per misurare gli angoli retti) e, in senso esteso ‘regola’.

Oggi l’aggettivo ‘normale’ indica invece tutto ciò che è “consueto, ordinario, regolare”[1] anche con riferimento a condizioni e funzioni fisiche e psichiche, a comportamenti, accadimenti e situazioni di ogni tipo. L’associazione tra questo aggettivo e il suo significato odierno è avvenuta recentemente, quando un concetto statistico, la distribuzione normale, è diventato il metro di giudizio della società e dei singoli individui.

Il XIX secolo fu caratterizzato dalla burocratizzazione su larga scala degli stati nazionali e lo sviluppo delle tecniche di produzione di massa. Anche l’istruzione venne istituzionalizzata con un “incremento delle percentuali di iscrizione scolastica e di frequenza, aumento dei fondi e delle strutture, formazione e assunzione di maestri, evoluzione istituzionale sistematica, centralizzazione, burocratizzazione, aumento dei livelli di alfabetizzazione”[2]. La necessità di standardizzazione dei processi produttivi e di controllo della popolazione che, sempre più numerosa, giungeva alle città fu di stimolo alla generazione di grandi raccolte di dati relative cittadino e alla società nel suo insieme: nascite, morti, matrimoni, dati relativi a caratteristiche fisiche e psichiche. Il problema però era che i matematici non sapevano bene come utilizzare questa mole di dati perché ritenevano che l’essere umano e il suo comportamento fossero troppo imprevedibili e caotici da poter essere misurati con precisione.

Nella prima metà del 1800 l’astronomo e statistico Adolphe Quetelet decise di applicare i criteri con cui venivano effettuate le misurazioni astronomiche allo studio dell’essere umano e della società. Il colpo di genio fu l’applicazione della statistica, fino ad allora utilizzata principalmente nei calcoli astronomici, all’ambito sociale e, successivamente, a quello medico. In astronomia era infatti comune che varie misurazioni effettuate su uno stesso corpo celeste (ad esempio la sua distanza) dessero ognuna risultati leggermente diversi. Per correggere questo errore e ottenere un dato il più vicino possibile alla misura reale si prendeva in considerazione il valore medio delle misurazioni effettuate. In uno degli esperimenti più famosi, Quetelet raccolse i dati relativi alla misura della circonferenza del petto di 5.738 soldati scozzesi. Sommò le misure di tutti gli individui dividendole poi per il numero complessivo dei soldati, e così ottenne quella che definì la misura media del petto degli uomini scozzesi.

A noi oggi può sembrare la scoperta dell’acqua calda, tartassati quotidianamente da statistiche di ogni tipo, da quelle sull’andamento dell’economia ai calcoli sulla mortalità del COVID-19, a qual è il dessert preferito dalla maggioranza degli italiani, ma per quei tempi era qualcosa di impensabile.

Partendo dall’idea di ‘distribuzione degli errori’, Quetelet iniziò a delineare l’individuo come intrinsecamente difettoso, imperfetto, un individuo che però poteva aspirare a quella perfezione puramente ideale frutto di una media statistica: l’uomo medio, il risultato di una finzione. Tutto ciò che si discostava dalla media era considerato o inferiore (per mancanza di determinate caratteristiche) o mostruoso (per eccesso di quelle caratteristiche).

Da quel momento il nostro statistico cominciò a misurare ogni caratteristica e comportamento umano. Fu lui a inventare quello che chiamò ‘indice Quetelet’ e che oggi conosciamo come Indice di Massa Corporea. Realizzò statistiche sulla moralità, sulle nascite e sulle morti, calcolò il tasso dei suicidi, dei matrimoni e dei crimini. Ispirò personaggi come Florence Nightingale, che introdusse la statistica nel campo dell’infermeria, di Karl Marx, che vide nell’ideale di uomo medio l’esistenza del determinismo, o Wilhelm Wundt, il padre della psicologia sperimentale, il primo a pensare di poter misurare i fenomeni mentali.[3]

Questa passione per trovare la media di ogni fenomeno portò a due risultati che oggi continuano a essere presenti nella nostra cultura:
1. la nascita dell’idea di normalità relativa all’individuo e alla società
2. la validazione scientifica di quegli stereotipi che la nostra mente ha da sempre utilizzato in modo incosciente per catalogare ed etichettare il mondo.

Nel novembre del 1859, Cherles Darwin pubblicò il suo bestseller ‘On the origin of species by means of natural selection’, e rapidamente nella società del tempo, già pervasa da questa nuova idea di uomo medio che racchiudeva tutte le più desiderabili caratteristiche della nostra specie, si fecero largo i concetti di sopravvivenza del più adatto (‘survival of the fittest’, definizione del filosofo, biologo, antropologo Herbert Spencer) e di trasmissione ereditaria delle caratteristiche umane.

È a questo punto che un cugino di Darwin, Francis Galton, anche lui statistico, decise che quell’errore nel singolo individuo poteva essere corretto, che in realtà si doveva aspirare all’uomo medio, diventare come l’uomo ideale creato dalla statistica, che racchiudeva in sé il maggior numero di caratteristiche selezionate dall’evoluzione. In che modo? Usando le stesse tecniche degli allevatori di animali e degli agricoltori: facendo riprodurre tra loro solo gli individui appartenenti alla neonata categoria della normalità. E nacque così l’eugenetica.

Non bisogna però pensare che questa fosse una corrente di pensiero di nicchia o associata esclusivamente all’estrema destra – cosa che avvenne in seguito quando fu adottata dal nazismo. In realtà l’eugenetica (nome inventato dallo stesso Galton) fu accolta con un certo entusiasmo un po’ da tutti, divenne la moda delle prime decadi del XX secolo e influenzò la società e la politica dell’epoca in modo piuttosto profondo. Negli Stati Uniti e in molti paesi d’Europa furono intraprese campagne per la sterilizzazione dei ‘deboli di mente’ (anche detti ‘idioti’), e dei criminali in quanto categorie anormali e indesiderate.

La Svizzera fu tra i primi paesi [europei] ad approvare una legge per la sterilizzazione obbligatoria, nel 1927. […] Negli anni ’30, influenzati dagli Stati Uniti e in particolare dalla Germania, i paesi scandinavi approvarono leggi sulla sterilizzazione. La Danimarca permise la sterilizzazione volontaria nel 1929 e la rese obbligatoria per i deboli di mente nel 1934, la Norvegia legalizzò la sterilizzazione nel 1934, la Svezia lo stesso anno, la Finlandia nel 1935 e l’Islanda nel 1938. Uno stato baltico, l’Estonia, approvò tale legge nel 1936. […] Sembra che tali leggi abbiano continuato ad essere applicate anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, e la sterilizzazione sia stata eseguita senza permesso o anche senza la conoscenza di coloro che vi sono stati sottoposti. I deboli di mente e i soggetti asociali sono stati trattati in questo stesso modo.[4]

In medicina si impose sempre di più il concetto di patologia in quanto opposto di salute, ovvero di ‘normalità’ del corpo. Lo stato normale divenne un ideale da raggiungere, passò dall’essere uno stato dinamico dell’organismo a un concetto statistico fisso definito anche attraverso il suo opposto, la malattia, il deficit, la patologia da eliminare.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ci troviamo così in un mondo sempre più lanciato nel capitalismo; il potere della borghesia, il libero mercato e il colonialismo cercarono una legittimazione nel darwinismo sociale di Herbert Spencer, una teoria che applicava le leggi biologiche della selezione naturale alla società, estendendovi il concetto di competizione per le risorse e di sopravvivenza del più adatto. Secondo questo modello la cultura dominante era quindi la più forte, la più adatta, mentre le culture più deboli, le minoranze, i diversi, erano destinati a soccombere. Appare evidente, in una società che aveva sempre più bisogno di controllare i propri membri e di standardizzare i processi produttivi, come il concetto di normalità divenne imprescindibile.

Ma come venivano stabiliti i canoni della normalità, quelli che ci portiamo dietro ancora oggi pensando siano esistiti da sempre? Chi erano i soggetti di studio da cui si ricavavano i dati che descrivevano l’uomo e la donna medi? Sorpresa! Praticamente tutte le ricerche si basavano su gruppi di persone appartenenti a una determinata classe sociale (la borghesia), oppure su studenti universitari (maschi), benestanti, eterosessuali,non disabili. In pratica, per arrivare a generare il concetto di normalità, gli studiosi che hanno prodotto questo ideale hanno preso in considerazione esclusivamente quella parte della popolazione che già ritenevano essere migliore. Questo dovrebbe essere sufficiente a far crollare anche il minimo dubbio sulla totale mancanza di scientificità nella creazione dei modelli di normalità su cui l’umanità è stata plasmata negli ultimi 100 anni.

Nel 1943 lo scultore Abram Belskie e il ginecologo e ricercatore Robert Latou Dickinson (sostenitore dell’eugenetica, del controllo delle nascite e della visione patologica dell’omosessualità) realizzarono due statue che chiamarono Norma e Normman, raffiguranti la donna e l’uomo ideale. Le sculture furono realizzate utilizzando le misure di 15.000 tra maschi e femmine, ovviamente tutti bianchi, tra i 21 e i 25 anni, insomma non esattamente un campione rappresentativo della reale popolazione degli stati uniti. Queste statue ebbero un successo incredibile e, quando nel 1945 il Museo della Salute di Cleveland le comprò, venne addirittura istituito un concorso per trovare la ‘Norma, donna tipica’ dell’Ohio.

Normalità, statistiche e medie di tutto ciò che è misurabile, la creazione di un ideale di essere umano a cui aspirare (e di conseguenza di categorie alle quali NON aspirare), tutto questo non fece altro che generare stereotipi e classificazioni delle persone e dei comportamenti umani quasi sempre accompagnati da giudizi morali. La normalizzazione invase ogni aspetto della vita, anche quello sessuale, la cui moralità passò da essere appannaggio della religione a oggetto di studio della psichiatria e della psicoanalisi.

La diffusione delle teorie freudiane contribuì enormemente a rinforzare questa idea mostrando che la sessualità era qualcosa di normale, e che le cosiddette ‘perversioni’ non erano altro che una deviazione da ricondurre alla normalità. Come scrive Lennard Davis: “È istruttivo pensare ai modi in cui Freud produce un’eugenetica della mente – creando i concetti di normale sessualità, normale funzionalità, e poi confrontandoli con il perverso, l’anormale, il patologico e persino criminale.”[5]

Inoltre, con la pubblicazione nel 1952 della prima edizione del DSM (il manuale diagnostico-statistico dell’Associazione Psichiatrica Americana) tutti quei comportamenti sessuali definiti anormali che precedentemente erano stati appannaggio della religione e giudicati peccati inammissibili, diventarono patologie “curabili”[6]. Ma lo slittamento verso la psichiatria e la medicina di molti aspetti della normalità non riguardò solo la sessualità: ogni caratteristica dell’essere umano che deviasse da quel concetto statistico vecchio di solo un centinaio d’anni ma già così diffuso, venne categorizzato ed etichettato e passò a essere di fatto ostaggio di quel modello medico che ancora oggi pervade il discorso sulla diversità, un modello che vede difetti da riparare per poter riportare i soggetti verso una ideale, immaginaria normalità mai esistita nella realtà.

La nostra società ha fatto sicuramente molti passi avanti abbandonando e condannando concetti come l’eugenetica o la repressione di orientamenti sessuali diversi dall’eterosessualità, e per fortuna non vengono più sterilizzati gli appartenenti a minoranze come i disabili e le persone con determinate condizioni neurologiche e psichiatriche. Eppure molti degli ideali che caratterizzarono la nascita del concetto di normalità continuano a esistere ancora oggi, spesso in modo più velato, meno esplicito. Un’eco del darwinismo sociale piuttosto rozzo del secolo scorso, ad esempio, continua a sopravvivere in quelle dinamiche scolastiche e aziendali pervase da uno spirito competitivo in cui il debole è destinato a soccombere, dinamiche che umiliano ed escludono chiunque non rientri nei canoni della normalità che, seppur cambiati con gli anni, continuano a riferirsi a un’umanità ideale, inesistente, a modelli frutto di statistiche basate su pregiudizi ed errori.

I nuovi modelli di normalità vengono diffusi attraverso stereotipi dalle reti sociali, dalle serie televisive, dalla politica; modelli che ancora oggi si basano su ideali in cui le differenze non sono ammesse e la diversità va esclusa, allontanata, ridicolizzata.

Proviamo a riflettere ogni volta che ci viene in mente di usare l’aggettivo ‘normale’, domandiamoci cosa sia realmente questa normalità, che senso abbia in una società dinamica e complessa come la nostra l’uso di un concetto creato con un chiaro e deliberato intento discriminatorio. Forse è il caso di superarla, questa normalità, e pensare che la realtà include ogni variazione, differenza, ed espressione della natura umana, e che ciascuna di esse merita pari opportunità e dignità.

NOTE
[1] Da: http://www.treccani.it/vocabolario/normale/
[2] Dal Passo, F. (2003). Storia dell’educazione in Europa. In Atti del centro italiano di Solidarietà. Media Print.
[3] Rose, T. (2016). The End of Average: How We Succeed in a World That Values Sameness. HarperOne.
[4] Krimbas, C. (2001). Eugenics in Europe. International Encyclopedia of the Social & Behavioral Sciences, 4905–4912. https://doi.org/10.1016/b0-08-043076-7/03397-0
[5] Davis, L. J. (1995). Enforcing Normalcy: Disability, Deafness, and the Body. Verso.
[6] Hart, G. (2002). Sexual behaviour and its medicalisation: in sickness and in health. BMJ, 324(7342), 896–900. https://doi.org/10.1136/bmj.324.7342.896

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