Perché tu vali. Meno

Ci sono modi differenti di percepire, elaborare e costruire la realtà, modi differenti di muoversi nel mondo. Alcuni sono più evidenti, altri a prima vista non si vedono.

Siamo abituati alle differenze che saltano all’occhio, a quelle che appena le vedi punti il dito, pensi “poverina, chissà quanto soffre”, oppure “certo che se ce l’ha fatta lui, io non posso lamentarmi“.

Poi ci siamo noi, gli altri diversi. Quelli che per qualche motivo, a uno sguardo superficiale, sembrano come tutti gli altri, quasi normali’; quei diversi che magari hanno un lavoro, degli amici, che riescono a camminare, a parlare.

A noi la società manda costantemente messaggi contraddittori. Fin da quando siamo piccoli ci fa capire che quelle differenze non vanno bene, non piacciono, che certe cose non si fanno, che dobbiamo piegare il nostro essere perché il mondo è fatto così e non lo si può mica cambiare. E anche se la realtà si fa per noi troppo faticosa da sopportare o diventa incomprensibile in certe sue dinamiche, ci viene imposto di adattarci. Bere o affogare.

Quando poi con mille difficoltà, soffocando la nostra natura cerchiamo di comprendere quel mondo che a volte pare funzionare al contrario, quando ci siamo rassegnati a vivere un’esistenza in cui dobbiamo essere diversi da chi siamo per farci accettare dagli altri, allora diventiamo normali. E se sei normale quelle differenze che ogni tanto continuano a saltare fuori perché sono parte di te, dall’esterno vengono trattate come capricci, sono fraintese e confuse con pigrizia, maleducazione, freddezza, inefficienza.

Dobbiamo ricordarci quotidianamente come fare, cosa dire, in che modo muoverci e dove poggiare il nostro sguardo. Mettiamo a dura prova i nostri sensi a volte in modo doloroso, conviviamo col dubbio di non aver capito bene, di non aver fatto bene, di non aver detto bene perché, anche se proviamo a reprimere le differenze, loro rimangono lì e da dentro urlano, chiedono di essere ascoltate.

Così, quando tutta questa finzione messa su per compiacere una società che ci etichetta come difettosi diventa troppo faticosa da sopportare, a volte esplodiamo. O implodiamo, le forze vengono meno e quell’impalcatura artificiale, frutto di tanta autodisciplina e del desiderio di far parte del mondo, viene giù miseramente.

È a questo punto che ogni cosa si rivela per ciò che è. È quando più sei vulnerabile, quando capisci che le differenze non possono essere eliminate perché sarebbe come tagliarti via un braccio o una gamba o come voler cambiare colore della pelle, è allora che ti guardano e dicono che sei egoista, che è tutta una moda. Che se riesci a lavorare, se hai degli amici, vuol dire che allora stai bene, che sei normale o forse sei guarito. Che secondo me non hai voglia di fare niente. Su, sei solo troppo timido! Capisco che ti senti giù, ma devi reagire, fatti una bella passeggiata. Eh, se tu sapessi quante persone pagherebbero per stare al tuo posto. Ma quale autismo, hai solo un carattere di merda, l’autismo è un’altra cosa, è una malattia, una patologia, è una cosa seria!

La società che se sei diverso ti esclude o al massimo, quando proprio non riesce a nasconderti da nessuna parte perché si vede troppo, ti innalza al ruolo di ispirazione, una specie di santino storpio da guardare nei momenti di sfiducia, per ricordare agli altri quanto sono fortunati a essere normali. La società che siamo tutti responsabili dei nostri successi e dei nostri fallimenti, che è solo colpa tua se non ce l’hai fatta. Che le opportunità sono lì per tutti e dai, empower yourself, chose to be the best version of yourself, smettila di lamentarti!

Un mondo in cui se proprio vuoi essere diverso allora sono fatti tuoi. Un mondo che non è disposto a mettersi in discussione e che non vuole rinunciare a nulla, però a te chiede di rinunciare alla tua identità perché tu vali meno.

Un mondo che parla di inclusione ma a questa inclusione fittizia pone delle condizioni, alza barriere e detta regole. E allora forse è il caso di ripensarla, quest’inclusione; probabilmente l’inclusione non funziona perché continua a mantenere intatte dinamiche di potere troppo sbilanciate. Verrebbe da domandarsi perché qualcuno dovrebbe chiedere il permesso di far parte del mondo, di esserne ‘incluso’ come se davvero fosse nato su un altro pianeta. E se fossimo già tutti dentro, se non ci fosse nulla da includere? Se il potere di decidere chi sta dentro e chi resta fuori non spettasse a nessuno ed essere nati su questa terra fosse sufficiente a far parte della società?

Forse è ora di comprendere che la diversità in ogni sua forma, più o meno visibile, non è sinonimo di inferiorità né di difetto e che i diversi, i disabili, gli atipici, non vanno resi visibili solo quando si vuole usarli come fonte di ispirazione. Perché dover superare ogni giorno quelle barriere lasciate lì da chi pensa che la diversità non abbia diritto a pari opportunità di vivere una vita piena, secondo le caratteristiche di ciascuno, non dev’essere fonte di ispirazione proprio per nessuno; tuttalpiù motivo di profonda vergogna.

2 comments On Perché tu vali. Meno

Site Footer