Perdersi

C’è stato un periodo, quando ero bambino, in cui mamma faceva la permanente e sembrava una nuvola nera. In quel periodo non l’ho mai persa tra la folla quando mi distraevo a guardare le vetrine dei negozi di giocattoli o quelle delle pasticcerie.

Strana, questa cosa del perdermi, e continua ancora oggi senza che sia mai riuscito a farci nulla. A un certo punto mi sono detto: sono fatto così, al massimo riuscirò a trovare qualche escamotage, un trucco per perdermi di meno.

I capelli di mamma divennero un riferimento che, in una sorta di moto relativo, era il mio punto fermo anche mentre ci muovevamo tra la folla. Non che lei mi lasciasse andare per conto mio, me lo ripeteva sempre: «Stammi vicino, dammi la mano, non ti allontanare!», ma io mi perdevo nei miei pensieri, mi perdevo guardando gli altri bambini che mangiavano un gelato o tenevano stretta tra le mani una macchinina, mi perdevo perché il rumore della folla dissolveva ogni cosa e mi trasportava in un mondo in cui i sensi esplodevano senza trovare più appigli.

E allora mi perdevo a scuola, quando il maestro spiegava qualcosa e io senza nemmeno accorgermene cominciavo a inseguire un pensiero a volte minuscolo, apparentemente inoffensivo, e finivo per saltare tutta la spiegazione. Il bambino è intelligente ma distratto, cara signora, non si applica.

Mi perdevo quando leggevo un libro, soprattutto quando non mi interessava troppo e bastavano un rumore o le voci del televisore nella stanza accanto e via, dovevo tornare indietro di una, due o tre pagine per ricordare qualcosa. E non è che adesso le cose vadano diversamente, eh, continuo a perdermi costantemente.

Mi perdo quando devo andare in un posto anche se ci sono stato varie volte, perché ogni volta mi dico: «Prendi dei riferimenti, ricorda la storia di Pollicino. Cerca dei punti fermi come i capelli di mamma: un palazzo dal colore particolare, un palo della luce o l’insegna di un negozio!». Solo che mentre cerco punti di riferimento mi distraggo, e la volta successiva com’era? Gira a destra al primo incrocio, dritto fino al negozio di elettrodomestici… o era la ferramenta? E qui, dovevo andare a destra, o a sinistra? E amen. Per fortuna che adesso c’è Google Maps, altrimenti per arrivare a un appuntamento avrei bisogno di uscire il giorno prima.

Però c’è quella cosa strana per cui il bambino che si perdeva per la strada guardando le vetrine dei negozi di giocattoli o inseguendo i pensieri che correvano veloci nella sua mente, a volte riusciva a rimanere concentrato per ore anche se gli scoppiavano le bombe a mano accanto, anche se la mamma lo chiamava per andare a tavola o gli domandava qualcosa. «Ma sei sordo?» diceva a volte «Non mi senti? Ti ho chiamato venti volte, sono anche entrata in camera».

E anche questa cosa non è che sia cambiata. Se sto scrivendo o suonando, quando faccio qualcosa che mi interessa e mi stimola come imparare cose nuove o fare ricerche o cercare soluzioni a problemi complessi o imparare un passaggio difficilissimo di uno studio di Chopin, la mia attenzione è incrollabile. Ma davvero, nemmeno se mi si parla all’orecchio riesco ad accorgermene. Questa cosa da fuori appare strana, per me è assolutamente normale, ed è sempre stata una lotta perché alla fine c’è una dicotomia tra momenti in cui sembro incapace di seguire un discorso e periodi in cui in tre mesi scrivo un libro, o costruisco un clavicembalo.

Ecco, adesso credo di non avere più nulla da dire perché, dopo un tempo imprecisato in cui ho buttato giù pensieri senza accorgermi del mondo di fuori, momenti in cui ho dimenticato la mia stessa esistenza diventando puro pensiero, dopo questi attimi trascorsi fuori dal mondo a scrivere, mi sono accorto che i vicini del piano di sopra stanno parlando a voce alta e il cane sul balcone di fronte abbaia e, soprattutto, che in pantaloni corti e magliettina con la finestra spalancata sto congelando. Finito il compito, terminata l’attenzione, si scende di nuovo sulla terra.

Ma allora forse “il bambino era intelligente e non era distratto”, aveva solo un modo differente di utilizzare l’attenzione. E sì, a volte può essere molto utile sapere come fare per cambiare modalità perché poi, alla fin fine, a scuola o in ufficio per tante ore di fila ci devi stare e funziona così, c’è poco da fare. Ma vi assicuro che non è imponendo o costringendo le persone che si ottiene qualche risultato[1].

Il trucco sta proprio nell’interesse. Se ci fate caso, noi autistici e autistiche abbiamo spesso (non tuttə, ovviamente) la tendenza a concentrare anche in modo incredibile l’attenzione sulle cose che ci interessano. Ora, capisco che possa apparire un interesse un po’ strano quello per i circuiti degli allarmi antifurto o per la meccanica degli strumenti a tastiera, o per la musica francese del XVIII secolo ma per me, ad esempio, erano (e la musica ancora lo è) fonte di piacere immenso, una sensazione di serenità e gioia mista a soddisfazione che fa stare bene. E quindi, se quando qualcosa ci interessa siamo capaci di entrare in iperfocus – questa modalità di attenzione e concentrazione estremamente profonda – invece di costringerci a mantenere l’attenzione su cose per noi poco affascinanti potrebbe essere utile creare curiosità.

Cercare di spiegare una materia noiosa in modo avvincente, comprendere quali argomenti ci appassionano particolarmente e provare a integrarli nella nostra vita invece di ostacolarli costantemente (e capita, anche troppo spesso), concedere la possibilità di dedicarci ai nostri interessi dopo un periodo dedicato a un “dovere” come lo studio: sono tutte possibilità che potrebbero funzionare. Ma anche rinunciare alla nostra attenzione quando i discorsi sono di poca importanza, come quando si parla del tempo o di cosa è successo l’altro giorno a zia Maria al supermercato, e ragionare in termini di differenze invece che di difetti e deficit aiuta, e anche tanto.

Soprattutto, pensare ai tanti modi in cui l’attenzione può funzionare nelle persone invece di costringere tuttə a funzionare allo stesso modo è utile a creare un mondo realmente aperto alle differenze. Un piccolo passo alla volta, comprendere a poco a poco la ricchezza dei diversi modi di essere e funzionare aiuterà non solo le autistiche e gli autistici o le persone ADHD a gestire l’attenzione d’accordo con le proprie caratteristiche e le esigenze del mondo, ma chiunque abbia un modo peculiare di pensare, sentire, esprimersi o muoversi, chiunque non si riconosca negli stereotipi che regolano la società sotto un qualsiasi punto di vista, potrà sentirsi parte del mondo senza dover provare quella costante e avvilente sensazione di essere sbagliatə.

NOTA

[1] L’ho spiegato bene in questo articolo di una serie sulle funzioni esecutive:https://www.fabrizioacanfora.eu/le-funzioni-esecutive-nellautismo-2-lattenzione/

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