Le funzioni esecutive nell’autismo. 1: La memoria a breve termine

– Entrare in cucina e non ricordare perché.
– Prendere il telefono per chiamare qualcuno e rimanere col cellulare in mano domandandomi cosa dovevo fare.
– Avere un’idea geniale per il prossimo libro mentre sto scrivendo un articolo, finire la frase e non ricordare più niente di quell’idea meravigliosa.
– Andare al supermercato, dimenticare la lista della spesa a casa e non comprare nemmeno la metà di quello che c’era scritto.
– Conoscere persone nuove e dimenticarne il nome nel momento stesso in cui mi viene detto.
– Alzarmi dal tavolo del bar e venire rincorso dal cameriere perché ho dimenticato di pagare il conto.
– Chiedere informazioni su come arrivare in un posto che non conosco e perdermi al primo incrocio perché ho già dimenticato ogni parola delle istruzioni ricevute.
– Prendere un appuntamento mentre sono al telefono, pensare che appena finirà la chiamata devo segnarlo sul calendario, mettere giù il telefono e andare allegramente in cucina a farmi un caffè senza il minimo ricordo dell’appuntamento da segnare.
– Chiacchierare con un amico e domandargli qualcosa che mi ha già detto due minuti prima.

Certo, determinate cose capitano un po’ a tutti, ma come ho spiegato tante volte, è la concentrazione e l’intensità con cui alcuni fenomeni si manifestano (quanto influiscono negativamente sulla quotidianità, sulla scuola, il lavoro e le relazioni) a determinarne lo status di “problema”.

Da ragazzino, a causa di questa tendenza a dimenticare costantemente le istruzioni che mi davano i miei genitori e gli insegnanti, mi sono beccato prima l’etichetta di quello che “sta nel suo mondo”, poi dell’adolescente ribelle e svogliato che vuole fare solo quello che gli pare, poi dell’adulto spesso inaffidabile, a cui non interessano gli altri perché dimentica appuntamenti, date importanti, nomi di persone, fatti personali confidati durante una conversazione, compiti da svolgere.

E il problema più grande è sempre stato che, poiché ho una formidabile memoria a lungo termine soprattutto riguardo ai dettagli e, in particolare, su argomenti di mio interesse, la mia inesistente memoria a breve termine è sempre stata vista come una manifestazione di disinteresse, quasi un’offesa nei confronti di qualcuno o qualcosa.

Detta in modo semplice, la memoria a breve termine (o memoria di lavoro) è come un magazzino di passaggio in cui informazioni sensoriali e pensieri vengono conservati per breve tempo (circa 20 secondi) prima di essere cancellati o mandati alla memoria a lungo termine.

La memoria a breve termine, come le altre funzioni esecutive, fa parte di quelle abilità cognitive superiori che vengono definite top-down, cioè che operano dall’alto verso il basso: processi cognitivi complessi in cui uno stimolo viene elaborato e compreso in base a dati immagazzinati nella memoria a lungo termine, alle esperienze passate, agli obiettivi e le credenze personali. Questo perché il materiale che viene temporaneamente immagazzinato nella nostra memoria di lavoro ha bisogno di un’azione volontaria e complessa che determini cosa debba esserne fatto, se e come debba essere utilizzato o cancellato.

Sappiamo anche, però, che la memoria a breve termine è influenzata da un’altra funzione esecutiva, l’attenzione, quel processo attraverso il quale noi tagliamo fuori qualsiasi stimolo che possa distrarci dal compito che stiamo svolgendo in un determinato momento, anche quello di ricordare qualcosa.

Cosa succede quindi tra il momento in cui ricevo l’ordine di chiamare l’assicurazione e, trenta secondi dopo, quello in cui me ne sto beatamente seduto in poltrona a leggere un libro senza il minimo ricordo di quella richiesta? Accade che l’attenzione, che avrebbe dovuto mantenersi focalizzata nel trattenere quelle istruzioni nella memoria a breve termine fino a che la coscienza avesse deciso cosa farne (fregarsene volontariamente e mettersi a leggere, oppure prendere il telefono e chiamare l’assicurazione), viene distratta da qualsiasi stimolo esterno o interno che sopraggiunga immediatamente dopo aver ricevuto quelle istruzioni.

Sappiamo infatti che la quantità di informazioni che possiamo codificare nella memoria di lavoro è limitata quando l’attenzione è bassa[1]. E l’attenzione è ridotta quando la nostra mente non si focalizza su qualcosa ma tende a vagare, quando abbiamo la sensazione di non pensare a nulla in particolare, ma sentiamo i nostri pensieri nascere spontaneamente e ci lasciamo da essi trasportare verso immagini spesso lontanissime. Questa situazione, apparentemente, ha un vantaggio evolutivo, e cioè ci permette di sviluppare quella forma di pensiero laterale, intuitivo, che ha bisogno proprio di grande libertà di movimento per poter mettere in rapporto eventi e informazioni apparentemente lontani tra loro e giungere a soluzioni originali e innovative[2].

C’è un particolare network neuronale nel nostro cervello, una rete di neuroni che è estremamente attiva proprio quando lasciamo la mente vagare, gli stimoli entrare senza porvi particolari filtri e l’attenzione viene praticamente disattivata. Si chiama Default Mode Network (rete in modalità predefinita), e si è scoperto che negli autistici questo network è molto più attivo che nei neurotipici.

In pratica, la mente autistica vaga costantemente, il livello di attenzione è estremamente basso nella maggior parte del tempo, gli stimoli esterni e interni non vengono quindi bloccati dall’attenzione, bombardando la coscienza e creando questo stato di costante distrazione, di mente che non riposa mai. E tutto questo a discapito della nostra memoria a breve termine.

Un interessante studio ci dice che: “il cervello di soggetti autistici crea più informazioni a riposo. Proponiamo che l’eccessiva produzione di informazioni in assenza di stimoli sensoriali rilevanti o di attenzione a segnali esterni, sia alla base delle differenze cognitive tra individui autistici e neurotipici. […] L’acquisizione di informazioni nello stato di riposo del cervello fornisce prove quantitative per una tipica caratteristica dell’autismo: il ritiro nel proprio mondo interiore.”  [3]

Dal momento che nessuna funzione può essere scollegata dalle altre, vediamo che nell’autismo la memoria a breve termine viene spazzata via come un soffio di vento da quella caratteristica di cui abbiamo spesso parlato, il differente funzionamento sensoriale, che a sua volta è direttamente collegato alla difficoltà di mantenere attiva l’attenzione a meno che non si sia impegnati in un compito per il quale abbiamo un interesse molto forte, come quelli che vengono definiti “interessi speciali.

Sia che ci troviamo immersi nei nostri interessi particolarmente assorbenti, sia che siamo in balia dei nostri sensi e dei pensieri ai quali la nostra mente si attacca senza mai riposare, il risultato è quello di apparire chiusi (in modo più o meno evidente) in un mondo tutto nostro. Con la conseguenza di apparire poco interessati a quello che accade intorno a noi, alle informazioni che riceviamo e dovremmo mantenere nella memoria a breve termine.

Quindi, se non ricordiamo qualcosa, se dimentichiamo il vostro nome o non buttiamo l’immondizia uscendo di casa, quando quella lettera rimane per mesi sul mobile in salotto in attesa di essere spedita o lasciamo bruciare la cena sul fuoco, non è per disinteresse o cattiva volontà: semplicemente, la nostra memoria a breve termine ha difficoltà a ritenere quelle informazioni che per la maggior parte delle persone è normale riuscire a ricordare e gestire.

Da quando ho compreso questo meccanismo, ho smesso di colpevolizzarmi per le mie dimenticanze e per gli errori e i problemi che spesso ne derivano, e ho cercato di minimizzare l’inconveniente con dei semplicissimi trucchi. Il primo, e più efficace, è di interrompere qualsiasi cosa stia facendo e scrivere l’informazione che ho bisogno di ricordare: se sto parlando e mi viene in mente un’idea per un articolo, chiedo scusa e la butto giù sul blocco note del telefono o su un pezzo di carta. Se mentre sono al telefono mi metto d’accordo per un appuntamento, chiedo scusa un attimo e immediatamente segno l’evento sul calendario.

Alcune volte mi è impossibile segnare quello che devo ricordare, per cui annullo qualsiasi altro pensiero e ripeto quell’informazione senza sosta fino a che non ho la possibilità di scriverla o di portare a termine il compito. Se ad esempio sono in camera da letto e suona la sveglia del telefono per ricordarmi di spegnere il fuoco in cucina, una volta spenta la sveglia continuo a ripetere: «spegnere fuoco in cucina» fino a quando non l’ho effettivamente spento. Troppe volte mi è capitato di entrare in cucina e non ricordare perché ci fossi andato, lasciando bruciare quello che stavo cucinando.

Visto che noi autistici abbiamo dimostrate difficoltà nel disattivare il Default Mode Network[4] e mantenere quindi l’attenzione necessaria a gestire la memoria a breve termine in modo naturale, come accade per i neurotipici, non ci resta che armarci di blocchetti, penne, calendari, post-it e applicazioni sul cellulare, sveglie e, cosa che trovo molto utile, chiedere alle persone (anche ai colleghi) di ricordarmi quando devo fare qualcosa per loro. Perché preferisco passare per uno con problemi seri di memoria a breve termine piuttosto che per una persona inaffidabile che promette e non mantiene.

Spero che questo articolo possa essere stato utile. A domani con un’altra delle meravigliose funzioni esecutive nell’autismo. Anche stavolta, sorpresa fino a domani!

NOTE:
[1] Gazzaley, A., & Nobre, A. C. (2012). Top-down modulation: bridging selective attention and working memory. Trends in Cognitive Sciences, 16(2), 129–135. doi:10.1016/j.tics.2011.11.014
[2] Handy, T. C., & Kam, J. W. Y. (2015). Mind wandering and selective attention to the external world. Canadian Journal of Experimental Psychology/Revue canadienne de psychologie expérimentale, 69(2), 183–189.
[3] Pérez Velázquez, J. L., & Galán, R. F. (2013). Information gain in the brain’s resting state: A new perspective on autism. Frontiers in neuroinformatics, 7, 37.
[4] Kennedy, D. P., Redcay, E., & Courchesne, E. (2006). Failing to deactivate: Resting functional abnormalities in autism. Proceedings of the National Academy of Sciences, 103(21), 8275–8280.

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