Le parole mancanti

disegno di due riflettori che illuminano un palco vuoto

Ce l’abbiamo fatta. La quiete dopo la tempesta. Al risveglio mi sono guardato allo specchio e sì, il blu era sparito dal mio volto; non mi sono sentito affetto né sofferente, sono ritornato a essere la persona di sempre, con calvizie, con occhioscurismo.

Mentre prendevo il primo caffè della giornata, sfogliando distrattamente le reti sociali, ho notato con sollievo che non c’era traccia di quell’overdose di notizie, litigi, piagnistei e rivendicazioni (tra cui anche le mie, certo) che ieri hanno reso l’aria dei social quasi irrespirabile e per alcune persone addirittura dolorosa.

E così mi sono domandato: ma dopo tutto il casino, la valanga di informazioni e stereotipi un tanto al chilo, dopo le campagne blu puffo e le rimostranze degli attivisti; ma insomma, dopo tutto questo rumore che abbiamo fatto intorno all’autismo, cosa ci portiamo a casa?

Forse, la cosa più evidente che rimane della giornata di ieri è l’assenza di alcune parole, concetti importanti che si sono visti poco in giro.

ASCOLTO:
Il grande assente. Ieri ho constatato che nella frenesia del chi ha ragione e chi no, nell’abbarbicamento compulsivo al nostro punto di vista, ha prevalso l’ascolto della propria voce rispetto a quella dell’altra, la polarizzazione delle opinioni. E questo non è un bene, perché sembra quasi che l’interesse principale ieri non fosse tanto battersi per una causa comune ma portare avanti la propria opinione.

La frammentazione delle voci, lo screzio, i dispettucci e gli insulti per procura indeboliscono quello che ciascuna parte brandiva ieri come vessillo: il desiderio di migliorare le condizioni di vita delle persone autistiche. Se davvero vogliamo ottenere qualche risultato, allora faremmo meglio ad ascoltarci.

ATTENZIONE
Se ieri un grande assente è stato l’ascolto delle altre persone, l’attenzione è stata la seconda assente illustre. E mi riferisco all’attenzione al linguaggio, alla correttezza delle informazioni che si lasciavano libere di moltiplicarsi per la rete, attenzione alla sensibilità dell’altra. A pochi è importato che l’uso di determinate parole potesse ferire chi se le vedeva lanciate addosso come pietre; nel marasma infodemico la rapidità di risposta conta più del contenuto, e allora giù a scrivere senza controllare cosa si è detto, come lo si è detto, perché tanto ormai gira questa idea un po’ superficiale che “sono solo parole”.

RECIPROCITÀ
Mancava all’appello, ieri, la reciprocità, ossia “Il rapporto dinamico di parità che collega nella stessa forma o nella stessa misura i rapporti esistenti fra due soggetti”. Dov’era lo scambio sociale, l’arricchimento reciproco? Sì, certo, in tante occasioni c’è stato, ma poco. Perché nel rumore di fondo, nello stridore di porte che si chiudevano e muri che si alzavano, lo scambio è stato davvero minimo. Ciascuna persona parlava alla propria platea, ma il dialogo reciproco e paritario tra idee diverse, tra platee differenti, si è perso. I ponti ieri li abbiamo in maggioranza fatti saltare, invece di costruirli.

RISPETTO
E in questa scarsità di reciprocità, nel poco desiderio di scambio, nell’attenzione superficiale alle parole, alla sensibilità altrui, scorgiamo l’assenza del rispetto. Ricordo che mia madre mi diceva sempre: prima di dire qualcosa, domandati se quello che dirai potrebbe ferire qualcuno.

Rispetto della libertà altrui, neminem laedere; siamo liberi di fare e di dire ciò che crediamo ma, attenzione, senza nuocere all’altra. Rispettare l’altro è importante, significa non confondere le idee con la persona, non attaccare l’altra per ciò che ha detto ma capire prima di tutto perché l’ha detto. Rispettare è rendersi conto che ognuno è altro rispetto all’altra.

Forse la cosa più importante che possiamo portarci a casa dall’esplosione di opinioni personali e litigi da bambini che ieri ha messo in ombra le tante situazioni virtuose in cui attenzione, rispetto, reciprocità e ascolto non sono mancati, è che lo strumento delle giornate a tema non funziona e anzi, rischia di vanificare il lavoro svolto dalle persone in modo discreto, senza fretta, durante tutto l’anno.

Le giornate mondiali come quella dell’autismo accendono i riflettori su una condizione, su una situazione, ma illuminare non vuol dire necessariamente far vedere bene. Illuminare troppo crea ombre, distorce la realtà. La giornata a tema è un’indigestione, e finché ti abbuffi sembra tutto a posto ma dopo no, ne paghi le conseguenze.

Ieri scrivevo che le giornate tematiche sono strumenti e bisogna utilizzarli bene. Ecco, il problema è sempre quello, la responsabilità di chi decide di usare certi strumenti. Responsabilità, anche questa una parola da ricordare, l’onere di chi decide di accendere quei riflettori, sia individualmente che in gruppo. Responsabilità delle proprie parole, delle proprie idee, del modo in cui si decide di offrirle o imporle al mondo.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer