La mania del lavoro di gruppo

Lavorare in gruppo mi ha sempre messo in agitazione. Non ci riesco, non sono in grado di rendere nemmeno al minimo delle mie possibilità, anche perché ho delle modalità di apprendimento e di esecuzione spesso completamente diverse da quelle della maggioranza. E non dico che siano migliori o peggiori, semplicemente sono differenti.

Non è solo un problema legato alla sfera della socialità (quella che, secondo il parere di molti neurotipici, negli autistici sarebbe difettosa), è una questione di differenze nell’approccio ai problemi, nei sistemi di analisi ed elaborazione dei dati, nella ricerca di soluzioni. A cui, ovviamente, si aggiunge la differenza nel modo di comunicare e mettersi in relazione agli gli altri, che contribuisce a rendere le cose più complicate.

Molti autistici, ad esempio, hanno un pensiero prevalentemente visivo, un’attenzione molto sviluppata ai dettagli e la capacità di mettere in relazione elementi apparentemente lontani tra loro; tutte cose che permettono di arrivare in modo intuitivo a soluzioni spesso poco ortodosse ma estremamente efficaci.

Per me era così quando costruivo clavicembali, completamente solo nel mio laboratorio. Il legno è un materiale particolare, due tavole di abete provenienti da alberi diversi si comportano in modo differente, e se non riesci a prevedere il loro comportamento non puoi controllare il suono che avrà lo strumento.

Alcuni colleghi utilizzano formule, grafici, software per calcolare il diametro e la tensione delle corde e altri dettagli. Io no, io ad esempio calibravo la tavola armonica dopo aver toccato, pesato il legno con le mani. Qualche colpetto qua e là per sentirne la risonanza. E in base a quello decidevo lo spessore della tavola armonica nei vari punti, l’altezza del ponticello, il diametro delle corde e la lunghezza dei plettri.

“È lo strumento stesso che, passo dopo passo, mi suggerisce cosa fare” dicevo a chi mi domandava come facessi. E in tanti anni non ho mai sbagliato, ho sempre ottenuto il suono e il tocco che avevo in mente.

Quando vivevo in Olanda, la scuola di falegnameria mi mandava degli assistenti per fare apprendistato. Non sono mai riuscito a capire per quale motivo non riuscissero a seguire le mie istruzioni su come realizzare determinate lavorazioni. Per me era naturale visualizzare i vari passaggi nella mente e arrivare al risultato prima ancora di aver messo mano ai macchinari. Visualizzare ti permette di trovare eventuali errori in anticipo, è come effettuare una simulazione al computer, solo che è un film che ti scorre nella testa.

Io ci provavo, a spiegare il motivo di alcune richieste apparentemente strane, eppure qualcosa nella nostra comunicazione non funzionava, per cui finiva sempre che loro seguivano le regolette imparate a scuola, e molto spesso mi toccava rifare il lavoro per riparare i loro errori. Fino a che, un giorno, uno dei miei assistenti lasciò il laboratorio gridando che era impossibile lavorare con me, che ero un dittatore, che credevo di avere la verità in tasca.

Io nelle tasche non avevo nulla, mi dà fastidio anche solo il portafogli, figuriamoci la verità.

A scuola e all’università avveniva lo stesso: gli altri perdevano una quantità di tempo impressionante in chiacchiere che a me apparivano inutili, in rituali come il caffè prima di cominciare a lavorare, la pausa, i biscottini e il tè, tutte cose che non avevano niente a che fare col lavoro in programma. E poi, quando finalmente si cominciava, saltavano fuori le differenze nella gestione del lavoro. Abbandonai da studente il master all’università di Barcellona, che oggi coordino, proprio perché non riuscivo a sopportare la quantità per me spropositata di lavori di gruppo che ci venivano richiesti.

Solo con la musica, non ho mai avuto problemi. Certo, io ero sempre quello pesante che diceva: «basta parlare, adesso suoniamo», ma le prove coi gruppi da camera e le orchestre non mi hanno causato quasi mai particolari problemi, e credo che il motivo sia uno: in quelle occasioni avevamo un linguaggio comune, la musica. Sì, la musica era la lingua che ogni membro del gruppo parlava e comprendeva perfettamente, per cui non c’era bisogno né di traduzioni né di adattamenti innaturali. Ci si comprendeva in modo semplice, immediato; si era tutti uguali e con un obiettivo comune chiaro.

I gruppi non funzionano se uno dei membri parla una lingua che nessuno capisce.

E se sei tu, l’unico a parlare una lingua sconosciuta, allora non sai come muoverti, non capisci il perché di tante cose che gli altri fanno, le loro richieste. Certo, tu puoi imparare, puoi apprendere la lingua della maggioranza e riuscire anche a ottenere dei risultati. Ma non sarà mai la tua lingua, e questo sforzo di traduzione costante renderà sempre tutto più faticoso.

Mi ha sempre lasciato perplesso la necessità della società di imporre le proprie modalità di funzionamento a chi non le condivide. Saper lavorare in gruppo è per la maggioranza delle persone una cosa normale, giusta e necessaria. Ci sentiamo ripetere costantemente che l’essere umano è un animale sociale, che l’unione fa la forza, che due teste sono meglio di una e se non fosse stato per la capacità di fare gruppo, non ci saremmo evoluti. E nessuno lo mette in dubbio. Quello che non capisco è l’accanimento a voler costringere anche chi non sente questo modo di fare come naturale e, anzi, ne viene penalizzato, a doverlo utilizzare.

E se la società se ne facesse una ragione e ci lasciasse fare a modo nostro, cosa accadrebbe? Probabilmente, quegli individui con funzionamenti differenti riuscirebbero ad apprendere meglio a scuola, a rendere di più sul lavoro. Forse otterrebbero buoni risultati senza doversi sforzare il triplo degli altri perché normalmente, oltre a dover fare il loro lavoro, devono anche spendere molte energie per cercare di funzionare in una modalità che non gli appartiene.

Ho l’impressione che la maggioranza tema che una piccolissima percentuale della popolazione (noi autistici, ufficialmente, siamo meno del 2%) possa spingere gli altri a fare diversamente. È come se, concedendo a noi di poter operare secondo le nostre naturali modalità di funzionamento, dessimo il cattivo esempio spingendo altre persone a provare soluzioni differenti, non standardizzate; come se volessimo mettere in discussione lo status quo.

Fa riflettere il fatto che, secondo i correnti stereotipi sull’autismo, noi saremmo quelli inflessibili…

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