La “Convivenza delle Differenze”

All’inizio di settembre ho pubblicato su questo blog un saggio sull’inclusione lavorativa della neuroatipicità intitolato “La diversità è negli occhi di chi guarda
In questo saggio mostro per la prima volta le mie perplessità sulla validità e la reale equità del concetto di inclusione, in quanto espressione diuno squilibrio di potere tra una maggioranza che può decidere se e come includere e le minoranze che si trovano a subire questo processo spesso in modo passivo. Al suo posto ho suggerito di cominciare a pensare in termini di “convivenza delle differenze“, idea che suggerisce una parità tra le parti.
Questo suggerimento, con mio enorme piacere e orgoglio, è stato raccolto dalla sociolinguista
Vera Gheno che ne ha aiutato moltissimo la diffusione. Vi lascio qui un breve passaggio tratto dal saggio dove spiego in modo chiaro cosa intendo quando parlo di “convivenza” al posto di inclusione.
“[…] Come già espresso in precedenza è mia convinzione che gli interventi di inclusione delle diversità, in qualsiasi ambito della nostra società, siano destinati a rimanere eventi isolati, per quanto virtuosi, perché tentano di agire dall’alto sull’atteggiamento cosciente delle persone nei confronti di qualcosa – il rapporto col diverso – che ha invece radici estremamente profonde, come dimostrano gli innumerevoli pregiudizi inconsci da cui siamo costantemente guidati. Esiste un solo modo per risolvere il problema ed è quello di cominciare dalle fondamenta, dal basso e quindi dal linguaggio, che è la materia con cui giorno dopo giorno costruiamo la realtà nostra e della società in cui viviamo. Dobbiamo smettere di pensare che ci sia qualcosa da includere perché ogni cosa è già parte del tutto. Fino a quando non comprenderemo che ciascuno di noi può essere tanto una parte del problema come della soluzione, non andremo da nessuna parte.
Le categorie e le etichette hanno una loro utilità finché non cominciano a diventare strumenti di discriminazione; il concetto di inclusione è discriminatorio in quanto suppone che il gruppo che include sia più potente o migliore di quello che viene incluso. È un atto che viene concesso e quindi può anche essere interrotto o revocato, sottolineando che il potere di accogliere le minoranze (e le condizioni a cui vengono eventualmente accolte) è nelle mani di chi include. Termini come diversità e inclusione sono quindi eredità di un modo di vedere la realtà che divide arbitrariamente in maggioranze e minoranze, in superiori e inferiori, alimentando un ascolto dell’altro fittizio perché avviene sempre a senso unico.
[…] Noi appartenenti a una minoranza ci troviamo quotidianamente a interagire con la maggioranza, a doverne utilizzare a seconda delle nostre possibilità i modelli, a rispettarne le regole; spesso per evitare l’esclusione compiamo sforzi immani per mascherare la nostra diversità, con effetti devastanti a livello umano e personale e nefasti dal punto di vista professionale.
Per questo, all’idea di inclusione, preferisco il concetto di convivenza delle differenze, termine neutrale che presuppone pari dignità per ciascun gruppo socioculturale e ciascuna persona. Convivere vuol dire rispettarsi, fare passi gli uni verso le altre, preoccuparsi delle esigenze di tutte, mettere da parte l’orgoglio e ammettere che la nostra visione del mondo è guidata da pregiudizi che spesso non siamo coscienti di avere, e che prestando attenzione alla narrazione della realtà che facciamo a noi stessi e al mondo possiamo contribuire al benessere di tutte.”

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