Perché parlare di linguaggio inclusivo

l'alfabeto scritto a lettere di plastica colorata appoggiate in tre file su una tavola di legno

Da un po’ di tempo assistiamo al proliferare di proposte e idee per quello che ormai viene definito linguaggio inclusivo, inteso come l’uso non discriminatorio del linguaggio, un uso che possa anzi rappresentare il maggior numero di persone possibile a prescindere dalle loro caratteristiche perché “le parole sono atti di identità”[1]. Questa “inclusività” linguistica non riguarda solo le questioni di genere ma anche la disabilità, l’etnia, gli orientamenti sessuali e tutte quelle caratteristiche dell’essere umano che chiamiamo diversità (che è sinonimo di varietà, non di “diverso dalla norma”, cioè anormale), e che rischierebbero di essere escluse da una lingua che rimanesse cristallizzata nella forma acquisita in un momento storico molto diverso da quello in cui viviamo oggi.

Eppure la richiesta di una maggiore attenzione linguistica ai gruppi marginalizzati, alla necessità di garantire loro la necessaria autorappresentanza, è sempre più il bersaglio di critiche e condanne. In alcuni casi le critiche esprimono opinioni condivise anche da chi sostiene la necessità di un linguaggio più inclusivo, ma quasi sempre mancano il cuore della questione, ossia la necessità di un aggiornamento linguistico che possa meglio rappresentare una società estremamente fluida, ipertecnologica, iperconnessa. Lo schwa (ǝ), l’asterisco o la chiocciola o le altre soluzioni oggi suggerite per porre rimedio a quella che da molte persone è percepita come una mancanza della nostra lingua nei confronti del genere femminile e dei generi che superano il classico binarismo maschile-femminile, possono essere poco pratiche o stilisticamente sgradevoli, dicono in molti. E anche tutte le perifrasi che vengono richieste per non utilizzare parole e definizioni che molte persone vivrebbero come discriminatorie e offensive, anche quello può essere poco pratico e portare a risultati linguisticamente non corretti e stilisticamente poco piacevoli.

Tutto vero ma, come dicevo prima, spesso le obiezioni non considerano che si tratta di tentativi e non di atti prescrittivi, aspetto di importanza fondamentale ma quasi sempre colpevolmente omesso. Inoltre, anche quando ragionevoli da un punto di vista “tecnico”, molte critiche peccano di benaltrismo e finiscono per mantenere viva la discriminazione e l’esclusione evitando di affrontare il problema che il linguaggio inclusivo si propone di risolvere: la nostra lingua non rappresenta tutte le persone e, peggio ancora, spesso è essa stessa motivo di discriminazione ed esclusione di intere categorie di esseri umani.

E allora, davanti a questa dissonanza creata da una lingua strutturata per esprimere una società che ormai non esiste più, cosa facciamo? Sperimentiamo, come ogni volta in cui cerchiamo una soluzione a un problema, come fa la scienza: si realizzano esperimenti, e non necessariamente questi esperimenti andranno a buon fine. Nel caso della lingua è la società, la cultura, a definirne la forma proprio perché il linguaggio è quel mezzo indispensabile che la società ha per comunicare notizie e trasmettere informazioni, per creare definizioni necessarie alla comprensione del mondo, delle persone e dei sentimenti, per evolversi.

La critica “tecnica” di chi studia le questioni legate alla lingua è fondamentale, come anche è comprensibile la critica infastidita della persona comune, ma bisogna distinguere tra le obiezioni all’esperimento specifico – come ad esempio all’adozione dello schwa nella questione della neutralità di genere – e quelle al mutamento sociale da cui invece la sperimentazione è stata innescata. Perché nel primo caso si tratterebbe di una critica costruttiva che potrebbe aiutare a raggiungere soluzioni migliori e maggiormente condivise, ma nel secondo caso si tratta chiaramente di non voler vedere (e non voler risolvere) il problema.

La lingua, come abbiamo detto, si evolve costantemente, e sarebbe sciocco negarlo: oggi nessuno si sognerebbe di parlare come facevano i nostri bisnonni o i nostri antenati due, trecento, cinquecento anni fa. Una lingua si evolve per tanti motivi, ad esempio per eventi casuali (un po’ come le mutazioni genetiche), ma i cambiamenti di maggiore rilievo sono proprio quelli spinti dal mutare della società. In generale, maggiore è la diffusione e l’uso della lingua (in termini di utenti), maggiore è la tendenza al cambiamento, proprio perché un numero più esteso di individui con differente formazione culturale interagiscono attraverso una lingua comune. Nella lingua italiana, ad esempio, dopo la caduta del fascismo sono avvenuti “cambiamenti che hanno avuto come conseguenza un notevole rilassamento delle ‘norme’ linguistiche più puristiche e auliche, dovuto al nuovo posto assunto nella società democratica dalle classi sociali meno colte, e quindi meno ‘puristiche’”[2]. Il linguaggio quindi cambia sotto la spinta dei mutamenti sociali e a sua volta contribuisce a dar forma alla realtà, perché “le lingue che parliamo condizionano il modo stesso in cui vediamo il mondo, e viceversa”.[1].

Tornando a quanto accade oggi nei confronti del linguaggio inclusivo, forse il problema è proprio la tipologia di cambiamento che sta avvenendo, un mutamento che mette in discussione il primato della maggioranza, il suo potere di decidere della rappresentazione dei gruppi minoritari. A dare tanto fastidio non è quindi il metodo, ossia la sperimentazione in sé, ma lo scopo di questa ricerca, di questi tentativi, cioè una redistribuzione del potere anche dal punto di vista linguistico.

Secondo le critiche alla ricerca di un linguaggio inclusivo, le persone LGBTQIA+ non avrebbero quindi il diritto di decidere come essere definite e nemmeno potrebbero denunciare un uso discriminatorio della lingua nei loro confronti. La stessa sorte toccherebbe alle persone disabili e a quelle autistiche, che continuano a essere descritte da stereotipi creati dalla maggioranza e che non corrispondono alla realtà[3]. E le donne dovrebbero continuare a sottostare a una narrazione preistorica che vede il ruolo maschile come più autorevole rispetto a quello femminile. Questo discorso vale per la rappresentazione di qualsiasi persona o gruppo che per un motivo qualunque non vengano percepiti come conformi all’ideale di normalità.

Il problema alla base di tanta opposizione quindi non è che non deve cambiare la lingua, perché abbiamo visto che ciò accade inevitabilmente da quando abbiamo cominciato a comunicare attraverso il linguaggio, ma che i cambiamenti non devono mettere in discussione lo status quo, che non devono incrinare il potere della maggioranza; che quell’ideale ormai superato e dannoso di normalità che ci ingabbia in vite decise da medie aritmetiche e da statistiche, non deve essere messo in discussione.

Questo è il vero problema: non il cambiamento in sé, ma la possibilità che esso renda protagonisti della narrazione collettiva anche quei gruppi che fino a oggi ne erano esclusi. Cosa che per alcuni rappresenterebbe un pericoloso passo verso una convivenza paritaria delle diverse espressioni dell’essere umano, convivenza che vada oltre il paternalismo di un’inclusione in cui a decidere è sempre e solo la cosiddetta maggioranza.

NOTE
[1] Gheno, V. (2019). Potere alle parole (pp. 12-13). EINAUDI.
[2] Alinei, M. (2004). Linguistica storica e reificazione del linguaggio in margine a un articolo-recensione di Adiego.
[3] Acanfora, F. (2021). In altre parole, dizionario minimo di diversità (pp. 47-51). effequ.


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