Parole, realtà, inclusione

lettere dello scarabeo senza un senso compiutoDa bambino adoravo rimanere a giocare in salotto coi mattoncini Lego mentre i miei genitori lavoravano insieme ai colleghi sul tavolo rotondo. Avevano fondato, insieme a una coppia di amici, una casa editrice di libri per la scuola, e praticamente ogni pomeriggio si riunivano a casa nostra e venivano autori e docenti, valutavano manoscritti e correggevano bozze.

Mi piaceva rimanere con loro perché assorbivo ogni cosa che dicevano. In quegli anni ho imparato ad amare le parole, a rispettarle, a venerarle. Mi sono reso conto fin da piccolo che le parole sono molto più importanti di quanto superficialmente tendiamo a pensare. Ho scoperto che, come le note musicali, possiedono più qualità contemporaneamente. La parola ha un fine estetico, discorsi ben costruiti sono effettivamente belli, rispondono a un’estetica, hanno una forma e delle proporzioni, seguono formule retoriche per esprimere determinati concetti ed emozioni.

E poi c’è una qualità della parola che agisce in profondità, dentro di noi.

Direttamente nel nostro corpo. A volte basta una sola parola detta da una persona a cui teniamo per farci battere il cuore all’impazzata, salire la pressione e accelerare la respirazione. Improvvisamente, con una sola parola, scariche di adrenalina percorrono le nostre viscere e i muscoli si tendono. Siamo furiosi. Un cambiamento nel nostro stato emotivo che influenza direttamente l’equilibrio del nostro corpo, e questo grazie alla parola.

Ma non è tutto, perché da bambino, mentre ascoltavo i grandi che lavoravano con le parole, che le maneggiavano come maestri vetrai per realizzare splendide, utili ma fragili creazioni, compresi intuitivamente una cosa che solo molti anni dopo ha svelato i suoi meccanismi: la parola crea la realtà nella quale siamo immersi. Per carità, niente di originale, sono in tanti tra filosofi e studiosi ad affermarlo, ma spesso alle persone risulta difficile comprendere un concetto così importante ed essenziale.

Non è la prima volta che ne parlo, ma ultimamente ci penso più spesso di prima. Se ci fate caso, la vostra realtà è costituita da oggetti che hanno un nome preciso. Anche le emozioni. La tazza è una tazza, non può essere un bicchiere o un brtadfdsfkj, altrimenti non ci capiremmo quando comunichiamo. Allo stesso modo gioia, rabbia, tristezza, definiscono degli stati d’animo assai complessi in modo abbastanza preciso. Queste costruzioni che vivono nella nostra mente, costituiscono la realtà, la plasmano, ci spingono a intraprendere azioni differenti a seconda delle parole con cui le abbiamo create.

È necessario, ad esempio, un ragionamento fatto di parole che esprimono concetti non esistenti in natura per affermare l’esistenza dei diritti umani, perché nella realtà questi diritti non esistono, li abbiamo costruiti noi attraverso una narrazione intersoggettiva (condivisa) durata secoli. Esiste in natura il diritto di espressione? O quello di autodeterminazione o di libertà individuale? No, certo che no. Sappiamo tutti molto bene che li abbiamo creati noi, che ci crediamo fino a che veniamo educati a crederci, a rispettarli, tant’è che nel passato un uomo poteva possedere altri uomini. Poi i concetti sono cambiati e dopo tante battaglie una nuova narrazione ha preso il posto di quella vecchia.

Perché tutto questo discorso sulle parole?

Perché in diverse occasioni ho letto commenti ad alcuni miei articoli che mi hanno lasciato piuttosto amareggiato e non perché criticassero me, ci mancherebbe altro. Sono rimasto colpito negativamente da quelle persone che sinceramente si battono per l’inclusione dei propri figli disabili, quelle persone che si lamentano dell’intolleranza della società in cui viviamo e che però, a volte anche con una violenza spropositata, senza mezzi termini dicono che queste sono solo chiacchiere, che è lo stesso chiamare una persona autistica o con autismo. Queste persone sostengono con veemenza che una parola vale l’altra, che se io ti etichetto in un modo che a te dà fastidio sono problemi tuoi, salvo poi saltarti al collo quando sono loro a interpretare come offese le parole altrui.

Mi meraviglia il fatto che non si rifletta su quanto l’azione, i fatti, la ciccia di cui queste persone parlano quando dicono che le parole sono solo parole, siano una diretta conseguenza di quelle parole che hanno utilizzato per costruire la propria realtà. Un uomo può essere in diritto di esprimere la propria sessualità come crede oppure essere uno schifoso pervertito da punire con la morte. Sono due concetti opposti, formati da parole, che abbiamo costruito nella nostra mente e che avranno su quell’uomo conseguenze piuttosto diverse nel momento in cui uno di quei due concetti fosse condiviso dalla maggioranza e venisse applicato nella pratica attraverso leggi scritte (con parole). Le parole possono fare la differenza tra una vita libera e la morte.

Quando parlo di inclusione insisto per l’uso di un linguaggio appropriato, rispettoso delle differenze e delle definizioni che ciascuno preferisce vengano applicate alla propria persona. Quando dico che l’inclusione è rispetto, e che il rispetto passa per un linguaggio che non giudichi, che non offenda, non sto facendo discorsi astratti, ma sto proponendo un reale cambiamento, un’azione tangibile: la creazione di una realtà in cui chiunque possa sentirsi accolto.

Su questo blog parlo di neurodiversità, di accoglienza e inclusione, di rispetto dell’altro e di se stessi.

Parlo di autismo e delle difficoltà che una persona differente dalla maggioranza vive ogni giorno anche, e forse soprattutto, a causa di parole che escludono e creano emarginazione. Ripeto: anche le leggi sono costituite da parole.

Temo che lo ripeterò fino allo sfinimento: cerchiamo di fare attenzione al linguaggio che utilizziamo, perché dà la forma ai nostri pensieri e quindi, in modo diretto, alle azioni che intraprendiamo. Dedichiamo un po’ di attenzione ai nostri pensieri, alle parole che li compongono, cerchiamo di dare una forma migliore (anche esteticamente) alle parole del nostro universo se vogliamo migliorare il mondo. Altrimenti, mi dispiace, ma è tutto tempo perso.

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