La giornata mondiale della sindrome di Asperger

Oggi, 18 febbraio, ricorre la giornata mondiale della sindrome di Asperger, e come ogni anno verremo bombardati da una valanga di articoli imprecisi scritti da giornalisti con una conoscenza vaga e confusa dell’argomento. E allora, proviamo a fare chiarezza sui punti che vengono sistematicamente fraintesi.

Innanzi tutto, bisogna specificare che dal 2013, con la pubblicazione della quinta edizione del manuale diagnostico dell’Associazione Psichiatrica Americana (DSM-5), la sindrome di Asperger è stata inclusa nei disturbi dello spettro autistico, scomparendo di fatto come definizione diagnostica autonoma. Stessa cosa avviene nell’undicesima edizione del manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (ICD-11) che entrerà in uso ufficialmente nel 2022. Nonostante il cambio nelle definizioni ufficiali, molte persone diagnosticate come Asperger preferiscono continuare a usare questa dicitura in riferimento alla loro condizione.

Sicuramente leggerete che l’asperger è caratterizzato da “deficit sociali” o “incapacità di stabilire rapporti sociali”, e che gli asperger sono “completamente disinteressati a sancire rapporti di amicizia o di affetto con i coetanei” (tutto preso da articoli sull’argomento). Questo è il risultato di una visione deficitaria dell’autismo che contrasta con il concetto di neurodiversità che, lentamente, sta cominciando a diffondersi anche nel mondo accademico e clinico. Noi asperger non abbiamo deficit sociali ma una differente modalità di interazione; vi invito a osservare un gruppo di persone asperger, vedrete un livello di socialità molto alto, solo che si basa su una differente comprensione e condivisione di segnali, norme sociali, gesti. È come se voi neurotipici e noi autistici parlassimo due lingue differenti e volessimo comunicare tra noi senza cercare di trovare una lingua comune.

La sindrome di Asperger (l’autismo, in generale) non è una malattia.

Per cui noi asperger non siamo malati, non andiamo curati, non siamo “affetti” né “soffriamo” di questa sindrome perché c’è una chiara differenza tra una condizione (o disturbo) del neurosviluppo e una malattia. E poiché le parole contano (ne ho parlato già QUI), sono fondamentali, importantissime, vi spiego la differenza. La Treccani, che è sempre utile consultare in caso di dubbio, ci dice che la malattia è una “condizione abnorme e insolita di un organismo vivente, animale o vegetale, caratterizzata da disturbi funzionali, da alterazioni o lesioni […] si intende per malattia un’alterazione transitoria e reversibile”.

Condizione transitoria e reversibile, giusto? I manuali diagnostici, la letteratura scientifica più aggiornata e gli specialisti sono concordi col definire l’autismo (asperger) una condizione (o disturbo) del neurosviluppo, insomma, qualcosa con cui si nasce e che consiste in una differente organizzazione di alcune aree del sistema nervoso, con le conseguenti differenze comportamentali, sensoriali, cognitive ed emotive che ne conseguono (quelli che vengono definiti sintomi, parola che non trovo particolarmente piacevole, ma vabbè…). I soliti scienziati e specialisti ci dicono anche che da una condizione come l’asperger non si guarisce, non è reversibile, e ne abbiamo già parlato. Per cui, secondo la definizione di sopra, non è definibile come malattia.

Molto spesso si legge anche che gli asperger non hanno empatia.

Mi dispiace deludere i fan accaniti di quella visione dell’asperger scaduta e rancida come il latte fresco vecchio di un mese, non è così. I soliti eminenti studiosi ci dicono che in realtà noi asperger abbiamo un eccesso di empatia emotiva, ossia quella componente dell’empatia che permette di sentire ciò che l’altro sente, di provare i sentimenti dell’altro (e, ovviamente, se ci avessero dato ascolto dall’inizio questa cosa l’avrebbero capita decenni fa, ma lasciamo correre). Quello che a volte può funzionare diversamente è l’aspetto cognitivo, cioè il capire i motivi per cui l’altro sente ciò che sente, e qui ritorniamo al punto di sopra: si tratta di parlare lingua differenti, di avere modalità di comprensione del mondo diverse e quindi di farne interpretazioni che non coincidono tra loro. Differente non vuol dire difettoso.

Stiamo parlando di due modi diversi di percepire, elaborare e sperimentare la realtà. Il problema più grande che noi asperger sperimentiamo nei rapporti sociali, nella comunicazione, nell’empatia e in tutte quelle aree che vengono definite deficitarie da manuali scritti da neurotipici, è che i nostri sforzi costanti e ininterrotti per comprendere il mondo neurotipico non sono sempre compensati da uno sforzo equivalente dall’altra parte per comprendere noi.

L’unico modo per comprendere realmente una una persona neurodiversa è ascoltarla. E ascoltare vuol dire mettere da parte i pregiudizi, non dare credito agli stereotipi; ascoltare presuppone la volontà di comprendere realmente l’altro, le sue necessità, vedere le differenze per quello che effettivamente sono: differenze, non difetti o mancanze.

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