La Convivenza delle Unicità

Nel saggio intitolato “La diversità è negli occhi di chi guarda” (scaricabile gratuitamente qui) e in vari articoli, ho spiegato perché è necessario superare il concetto di inclusione, proponendo al suo posto quello di convivenza delle differenze.

Questa proposta nasce dalla constatazione che l’inclusione si basa su una dinamica in cui una parte della nostra società, la cosiddetta maggioranza o normalità, in un atto quasi caritatevole e un po’ paternalistico permette a una o più minoranze di entrare a far parte del proprio gruppo. In teoria, cosa che differenzierebbe positivamente l’inclusione dall’integrazione, i gruppi e i singoli elementi inclusi verrebbero accolti senza chiedere in cambio alcuna rinuncia rispetto alle proprie caratteristiche, come a dire: entrate per come siete. Nella pratica però sappiamo che non accade così, perché qualsiasi processo inclusivo pone delle condizioni alla persona o al gruppo da includere, condizioni che spesso si traducono in un’imposizione più o meno dichiarata dei valori e delle usanze della cultura di maggioranza, con la conseguente rinuncia delle minoranze alla propria identità.

Il concetto di inclusione però è problematico anche quando tutto funziona come dovrebbe e alla minoranza non viene posta alcuna condizione, e la questione – che è una contraddizione in termini – sta nel fatto che la maggioranza detiene sempre il potere di includere o meno le minoranze. Quindi, anche in assenza di particolari vincoli, rimane questo squilibrio di potere tra chi decide se, quando e come includere, e chi subisce passivamente questa inclusione. Per quanto la parola “potere” possa fare storcere il naso a moltǝ, è in questo caso indispensabile perché è la condizione che regola una buona parte della nostra interazione sociale. E quando questo potere non è distribuito in modo equo tra le varie parti di una cultura o di una società, si va incontro a un funzionamento che sarà corretto solo per il gruppo che lo detiene, e ingiusto per chi deve subirlo.

Poiché parto dal presupposto che, per il semplice fatto di nascere su questo pianeta, ciascunǝ di noi acquisisce una serie di diritti, è facile comprendere quanto non abbia senso che la parte dell’umanità autodenominatasi maggioranza in base a criteri del tutto arbitrari, detenga il potere di decidere a chi distribuire determinati privilegi, chi accogliere nel proprio club e chi lasciare fuori tra mille difficoltà.

Il concetto di convivenza invece è neutro, nessunǝ è migliore dell’altrǝ, tuttǝ nasciamo con pari dignità, pari possibilità di autorappresentarci e autodeterminarci, pari opportunità di realizzarci umanamente e professionalmente a prescindere dalle caratteristiche e dalle differenze che ci contraddistinguono.

E qui arriviamo al punto principale di questo articolo: l’idea di “diversità”. Altro concetto oggi abusato quanto quello di inclusione, soprattutto in ambito lavorativo, il concetto di diversità poggia anch’esso su una contraddizione, almeno se pretendiamo di utilizzarlo con una connotazione positiva, come avviene oggi.

Se dico diverso, viene da domandarsi immediatamente: diverso da cosa? L’idea di diversità è di quelle che hanno bisogno di un contro-concetto speculare per poter esistere. Non esiste diversità senza il suo contrario, “conformità” (non uguaglianza, che è il contrario di disuguaglianza, e ha un significato completamente differente). Diverso fa riferimento quindi a qualcosa che si discosta dalla normalità, dalla prassi, suggerisce in modo piuttosto esplicito una difformità dalla norma. Diverso è molto spesso divenuto sinonimo di sbagliato.

E quindi? Dopo aver detto che l’inclusione non è il processo equo che pretende di essere, adesso dovremmo anche smettere di parlare di diversità? Sì e no. Nel senso che alla fine ciascunǝ è assolutamente liberǝ di comunicare utilizzando le parole che trasmettono nel modo più chiaro il proprio pensiero ma, se tra i principi che scegliamo come guide per indirizzare la nostra esistenza è prioritario il rispetto per l’altrǝ, allora faremmo bene a preoccuparci di quali parole utilizziamo per esprimere concetti come “inclusione” e “diversità”.

Questo perché – sempre che abbiamo a cuore il futuro della cultura nella quale siamo immersǝ, la quale regola le nostre relazioni sociali e, in ultima analisi, il benessere di ciascunǝ – una parola non è semplicemente un involucro vuoto ma è l’unione del significante, il contenitore che potrebbe essere del tutto neutro, e il significato, ovvero il contenuto. E questo contenuto, il significato reale di ogni vocabolo, è sì lessicale (cioè il senso della parola così come appare sul dizionario), ma allo stesso tempo è emotivo, e tale emotività può attribuire a una parola significati anche piuttosto lontani rispetto a quello iniziale, modificandone il senso più comunemente percepito in una data cultura.

Ma le parole, con il loro carico di significati ed emozioni ben assicurato da certe consuetudini che diventano automatismi, sono i mattoni con cui noi esseri umani costruiamo i “concetti, che formano buona parte del nostro pensiero cosciente. Anche quando siamo solǝ nella nostra testa infatti ragioniamo sia utilizzando immagini che facendo monologhi con noi stessǝ. Il semplice pensiero: “devo chiamare il commercialista”, avrà probabilmente la capacità di scatenare in noi un’accelerazione del battito cardiaco, un aumento della sudorazione delle mani e forse anche una spiacevole sensazione alla pancia se la telefonata ha a che fare con le tasse da pagare. Le parole influiscono direttamente sul nostro stato psicofisico, formano la realtà soggettiva di ciascunǝ e influenzano le azioni che compiamo e le decisioni che prendiamo.

È quindi corretto dire che le parole che utilizziamo possono cambiare la cultura in cui viviamo. Introducendo alcuni vocaboli in una cultura o eliminandoli da essa, come anche attribuendo a determinati termini significati differenti da quelli originali, noi modifichiamo la realtà nella quale viviamo, e in modo anche abbastanza concreto. Già negño anni ‘30 l’ipotesi Sapir-Whorf sosteneva come le persone che parlano lingue differenti sviluppino diverse abilità cognitive.

La neuroscienziata Lera Boroditsky si spinge oltre e spiega che:
a Pormpuraaw, una piccola comunità aborigena all’estremità occidentale di Cape York, nel nord dell’Australia […] la gente del posto, i Kuuk Thaayorre, […] invece di parole come “destra”, “sinistra”, “avanti” e “indietro”, che, comunemente usate in inglese, definiscono la posizione relativa a un osservatore, […] usano i punti cardinali – nord, sud, est e ovest – per definire lo spazio. Questo avviene a tutti i livelli, il che significa che devi dire “C’è una formica a sud-est sulla tua gamba” o “Sposta un po’ la tazza a nord-nordovest”.

Il risultato è una profonda differenza nell’abilità di orientamento e conoscenza spaziale tra chi parla lingue che si basano principalmente su quadri di riferimento assoluti (come Kuuk Thaayorre) e lingue che si basano su quadri di riferimento relativi (come l’inglese). […] Addestrare la loro attenzione in questo modo li equipaggia di un orientamento ritenuto oltre le capacità umane. Poiché lo spazio è un dominio di pensiero così fondamentale, le differenze nel modo in cui le persone pensano a esso non finiscono qui. Le persone fanno affidamento sulla loro conoscenza spaziale per costruire altre rappresentazioni più complesse e astratte. È stato dimostrato che le rappresentazioni di cose come il tempo, i numeri, l’altezza dei suoni, le relazioni di parentela, la moralità e le emozioni dipendono da come noi pensiamo allo spazio.[1]

Un altro esempio riguarda le lingue come l’ebraico, in cui anche se dico “tu” devo declinare il genere, ossia esiste un “tu” maschile e una “tu” femminile. In finnico, invece, nemmeno nella terza persona singolare il genere ha un peso particolare, e non esistono “lei” e “lui”. La cosa interessante di questa differenza linguistica è che, come dimostra uno studio di Guiora del 1983, l’importanza del genere nel linguaggio conferisce ai bambini e alle bambine di lingua ebraica la capacità di comprendere il proprio genere biologico un anno prima di quellǝ finlandesi.[2]

Per quanto insignificanti possano apparire, le parole che usiamo sono quindi capaci di modificare la direzione che la nostra cultura, e quindi la società in cui viviamo, prenderà nel futuro anche a breve termine, rendendoci tuttǝ ugualmente responsabili nell’uso che facciamo di alcuni termini rispetto ad altri.

Parlare di diversità, come ho spiegato prima, ha oggi una valenza non necessariamente positiva e può suggerire che, rispetto a questa categoria fittizia che comprende chi non corrisponde ai canoni di una altrettanto fittizia normalità, la diversità sia in qualche modo inferiore, che abbia meno diritti e che debba essere soggetta a quell’azione non necessariamente egualitaria che è l’inclusione. Una parola sicuramente più neutrale potrebbe allora essere “unicità”. Ciascuna persona è unica non in quanto speciale, ma per il semplice fatto che ogni essere umano è uguale solo a se stesso, perché le caratteristiche che ci rendono chi siamo – sebbene siamo tuttǝ accomunatǝ dall’appartenenza alla stessa specie, e quindi simili sotto moltissimi aspetti – sono molteplici e le loro combinazioni infinite.

Cominciare a parlare di “convivenza delle unicità” potrebbe essere quindi un primo passo per creare una cultura in cui ciascuna esistenza abbia lo stesso valore delle altre. Pensare a un mondo in cui l’unicità sia un valore da salvaguardare garantendo a tuttǝ la possibilità di convivere godendo degli stessi diritti e delle stesse opportunità potrà apparire adesso come un’utopia ma è anche possibile che, utilizzando le parole giuste giorno dopo giorno, questo mondo possiamo a poco a poco realizzarlo.

Concludo con una preziosa riflessione regalatami della sociolinguista Vera Gheno, che più volte ha affrontato l’argomento dell’evoluzione dei linguaggi e della necessità di un cambiamento gentile:

Tra lingua e società esiste una relazione bidirezionale molto stretta. Più che evolversi in parallelo, esse si muovono rimanendo strettamente intrecciate. E non potrebbe essere altrimenti, se non al costo di avere una lingua via via meno efficiente per i bisogni dei parlanti: una lingua eventualmente destinata a morire. Ma né i mutamenti sociali né quelli linguistici sono facilmente accettabili da tutti: noi esseri umani siamo diventati stanziali non solo fisicamente, ma anche mentalmente, e ogni cambiamento può stupire, scioccare e creare disagio. Conoscendo questo aspetto fondamentale della fisio-psicologia umana, provo disagio nel parlare di “battaglie linguistiche”. Non ritengo appropriato l’uso delle metafore della sfera bellica perché non fanno altro che creare irrigidimenti, barricate e schiere di (inutili) “nemici” di cui nessuna causa ha bisogno. Per questo, sono piuttosto a favore del “nudge”, della spinta gentile: personalmente spiego e rispiego, paziento se dall’altra parte trovo resistenze inaffrontabili o certezze incrollabili, con la consapevolezza che i cambiamenti (linguistici e di mentalità) non avvengono da un giorno all’altro, ma richiedono molto tempo”.

NOTE
[1] Boroditsky, L. (2009). How does our language shape the way we think? In M. Brockman (Ed.), What’s next? Dispatches on the future of science (pp. 116–129). New York: Vintage.
[2] Guiora, A. Z. (1983). Language and Concept Formation: A Cross- Lingual Analysis. Behavior Science Research, 18(3), 228–256. doi:10.1177/106939718301800304

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer