Le relazioni autistiche

Le relazioni non sono facili per nessuno, né per un autistico né per un neurotipico. L’altro è sempre imprevedibile, è appunto “altro” rispetto a noi e rimane un’incognita anche quando ci illudiamo di conoscerlo alla perfezione. È l’impossibilità di entrare nella testa di chi ci sta vicino, questa sensazione struggente che, per quanto vicini si possa essere – e non importa se fratelli, amici, amanti – mai e poi mai potremo sapere con certezza se l’altro vede il colore rosso come noi, o se quando pensa la parola amore prova le stesse, identiche sensazioni che ci pervadono quando pensiamo a una persona amata, a un amico, a nostra madre.

Questo desiderio di conoscere l’altro, di poter leggere e prevedere i suoi sentimenti, se rimarrà con noi per sempre perché sì, tutti abbiamo bisogno di sapere se saremo amici per la vita o se vivremo insieme e ci ameremo tra vent’anni, questa necessità di prevedere il futuro ce la siamo portata dietro durante un bel pezzo della nostra evoluzione come specie.

Sembrerebbe che l’essere umano abbia sviluppato la capacità di realizzare piani a lungo termine probabilmente insieme al pensiero simbolico[1]. Qualunque sia il motivo, il risultato è che noi umani abbiamo la naturale tendenza a pianificare il futuro, guardiamo costantemente avanti, ci domandiamo se una determinata decisione porterà un certo beneficio. Ma questa naturale tendenza a ricercare la stabilità nel futuro stride come le unghie sulla lavagna con la altrettanto naturale impossibilità di sapere cosa ne sarà di una relazione affettiva nei prossimi dieci minuti. Perché l’altro è un mondo a sé, è imprevedibile, agisce spontaneamente e fuori dal nostro controllo. L’altro potrebbe cambiare idea e non volerci più bene per qualsiasi motivo, potrebbe fingere di amarci per ottenere qualcosa. L’altro, è altro.

I legami affettivi sono in misura diversa intrisi di questa ambivalenza. Certo, si tende a dare per scontato che una madre ci amerà per sempre, ma per la maggior parte delle relazioni che intrecceremo nella nostra vita l’incertezza del futuro reclamerà il suo spazio, farà rumore.

Adesso provate a immaginare cosa succederebbe se questa necessità di pianificare il futuro fosse estrema.

Immaginate di non poter fare a meno di ridurre al minimo (meglio sarebbe eliminare) qualsiasi elemento imprevisto nella vostra vita perché, per come il vostro cervello è strutturato, gli imprevisti scatenano reazioni a volte incontrollabili di ansia, panico, rabbia. Gli imprevisti vi fanno male.

Continuando in questo gioco di ruolo, immaginate che i segnali che l’altro (qualsiasi altro, anche un gruppo di altri) soprattutto a livello non verbale, non siano sempre decifrabili. O che per decifrarli dovete operare una complicata e faticosa operazione di traduzione alla vostra madrelingua interiore. Questo aggiunge altra incertezza a una situazione già estremamente incerta.

Come conseguenza di questa vostra caratteristica, del non parlare lo stesso linguaggio sociale, vi comportate spesso in modo giudicato dagli altri inappropriato, maleducato, eccessivo. Dite cose che per gli altri non vanno dette, non cogliete i significati nascosti, impliciti in molte situazioni e fate spesso la figura degli stupidi, come minimo degli ingenui. Socialmente siete come degli alieni atterrati su un pianeta sconosciuto. Per quanto possiate in alcuni casi apprendere alcune delle regole degli indigeni, non vi apparterranno mai fino in fondo.

Non si fa. Non si dice. Stupido, smettila. Dai fastidio, abbassa la voce. Come sei buffo. Ma ti sei guardata allo specchio prima di uscire? Sei pesante, oddio quanto sei noioso. Ma tu non scherzi mai? Mamma mia che faccia, ti è per caso morto il gatto? Guarda che scherzavo, era una battuta, non ci arrivi? A volte mi fai paura, non capisco cosa pensi. Non capisco come fai a startene tutto il giorno chiusa nella tua camera. Esci, socializza. Certo che sei strano, se non ti va di venire al pub restatene a casa. Saputella. Ehi, ti sei accorto che ti ha sorriso? Sembra che tu non sappia mai cosa fare. Devi imparare a stare con la gente. Devi cambiare, non esisti solo tu. E guardami negli occhi quando ti parlo.

Ogni giorno, fin da quando siete piccoli, vi ripetono con varie sfumature che siete inadeguati, che siete socialmente guasti, rotti, che in voi c’è qualcosa che non va. Ogni giorno della vostra vita, voi desiderate l’affetto delle persone a cui volete bene, vorreste sapere cosa provano loro, avete la necessità – come tutti – di fare piani per il futuro. Ma ogni giorno, poiché vi è stato detto che siete inadeguati, sbagliati, vivete col terrore di poter rovinare tutto, di perdere un’amicizia all’improvviso come tante altre volte perché, lo sapete, direte qualcosa di sbagliato, di imperdonabile, anche se non volevate.

Avete bisogno di stabilità, di poter contare su quelle persone a cui permettete di entrare nella vostra vita e non sono molte, perché la gestione dei sentimenti è una cosa complicatissima, quando si parlano lingue così differenti. Una stabilità che non arriverà mai perché non arriva mai a nessuno per davvero. Nessuno, che sia autistico o neurotipico, ha la capacità di prevedere il futuro e leggere nella mente degli altri. Ma voi siete autistici, e tutto questo può rendere le relazioni a volte insopportabili, dolorose nella loro imprevedibilità, nella lor intrinseca fragilità. Ecco, le relazioni tra le persone sono fragili, e voi vi sentite come un elefante in un negozio di porcellane.

Le relazioni umane sono difficili per tutti, ma per un autistico a volte possono essere davvero complicate, stancanti. l’imprevedibilità può generare ansia, terrore, sensazione di inadeguatezza. Tutto questo spesso con una forza tale da rendere la vita ingestibile. D’altra parte, se non ci fosse una differenza con la maggioranza neurotipica, difficilmente si arriverebbe a una diagnosi di autismo.

Nota:
[1] Minoya, K., Unemi, T., Suzuki, R., & Arita, T. (2011). A Constructive Approach to the evolution of the Planning Ability. IJALR, 2, 22-35.

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