È tutto nella nostra testa

Sono stato per quasi due mesi in silenzio. Due mesi in cui ho riflettuto molto, evitando di scrivere perché ogni volta che ci provavo mi prendeva la strana sensazione di essere diventato pesante.

Insomma, tra la stesura (e le molte revisioni) di Eccentrico, i post su Facebook e sul blog e gli incontri nelle librerie per presentare il libro, ho avuto la sensazione di essere entrato in un loop in cui gira gira finivo per ripetere sempre le stesse cose.

Però stamattina mi sono imbattuto in un articolo al quale ero stato taggato (brutta parola, diciamo etichettato?) su Facebook. Nell’articolo si parlava di un uomo che ha scoperto di essere autistico a 47 anni e raccontava i propri sentimenti, anche contrastanti, sorti dopo la diagnosi. Tutto normale, si potrebbe pensare, capita costantemente, ogni cosa ha i suoi lati positivi e quelli negativi.

Quello che ha attirato la mia attenzione è stato però un commento in cui una utente scriveva che insomma, “queste persone si sono diplomate, laureate, sposate, hanno avuto figli e poi hanno scoperto di avere questa sindrome…cosa ci fa capire? Che i limiti sono solo nella nostra testa!”.

E mi è partito l’embolo.

Tutte le remore a scrivere ancora di autismo, il timore di essere diventato noioso, di ripetermi, sono svanite istantaneamente dopo aver letto queste poche righe scritte con superficialità da qualcuno che, come capita spesso, sentendo di avere la verità in tasca ha deciso di far sapere al mondo che l’autismo, soprattutto quello ad alto funzionamento, è un’invenzione, che in realtà siamo noi a porci il problema e, secondo me, sottintendeva anche un messaggio di sospetto nei confronti della stessa diagnosi di autismo ad alto funzionamento.

La prima cosa che mi è venuta in mente è che, preso in senso letterale, tutto sommato la signora ha anche ragione: l’autismo è nelle nostre teste, in quella massa gelatinosa formata da circa 100 miliardi di neuroni e tanto grasso. Il cervello, quest’organo sorprendentemente complicato, è alla fine il luogo in cui gli impulsi provenienti dall’esterno e dall’interno del nostro corpo vengono catalogati, filtrati, smistati. Nel cervello questi impulsi creano sensazioni coscienti; qui noi prendiamo le nostre decisioni, immagazziniamo i nostri ricordi, sviluppiamo comportamenti.

L’autismo è una condizione che, per il momento, viene diagnosticata in base all’osservazione di determinati comportamenti, che possono essere il risultato di diverse cause. Si tende oggi a pensare che si tratti di una variante della normalità, un differente neurotipo dovuto a uno sviluppo peculiare del cervello.
Se questo è ciò che intendeva la signora nel suo commento, allora siamo d’accordo.

Eppure, non so perché, sospetto che il commento volesse sottintendere ben altro. La profonda conoscitrice dei processi neurocognitivi sosteneva che in realtà noi autistici ci facciamo i film, che se uno riesce a sposarsi e a laurearsi, insomma, se uno riesce a farsi passare per “normale” allora di che si lamenta? Non ha niente, è “tutto nella sua testa”.

A un certo punto mi ha preso una sensazione di sconforto tremenda. Leggere certe cose fa male a chi certe difficoltà le vive quotidianamente, e la superficialità con cui spesso la gente si lancia a commentare argomenti complessi e delicati fa salire non poco la pressione.

A chi ancora non si rende conto che l’argomento della neurodiversità va affrontato soprattutto dal punto di vista culturale, vorrei ripetere che molte delle difficoltà che vivono le persone “diverse” sono proprio il frutto della loro interazione con una cultura che continua a vedere quelle differenze come un problema o, nel migliore dei casi, a minimizzarle perché tanto, parliamoci chiaro, il problema non ce l’hanno loro, quelli strani.

Le differenze esistono, sono sempre esistite e non vanno né temute né appiattite. Purtroppo la tendenza naturale a semplificare questioni complesse (tendenza che ha le sue basi evolutive) diventa un ostacolo alla convivenza in una società come la nostra, in cui il confronto tra i suoi elementi più diversi è ormai costante anche grazie alla facilità con cui le reti sociali ci permettono di interagire con realtà fino a pochi anni fa lontane o sconosciute.

È fondamentale un atteggiamento aperto, bisogna essere curiosi di apprendere, conoscere. Finché ci saranno persone pronte a condividere le loro opinioni come se fossero delle verità senza prendersi la briga di domandarsi prima se è davvero necessario farlo, se quelle idee possono ferire qualcuno; finché le persone non si renderanno conto che le idee hanno il potere tanto di rinforzare stereotipi dannosi e negativi quanto di contribuire a un cambiamento culturale positivo, continuerà a essere necessario spiegare, provare a far riflettere.

Uno stupido, sciocco commento semplicistico letto per caso stamattina ha avuto l’effetto di risvegliarmi da un torpore causato forse dalla sovraesposizione alle mie stesse idee. Probabilmente questo periodo di silenzio ha avuto il vantaggio di aiutarmi a rimettere insieme i miei pensieri, a farmi guardare le cose da una prospettiva differente. Sicuramente mi rendo conto che se non voglio dovermi preoccupare delle mie “stranezze”, dover fingere costantemente di essere quello che non sono, allora devo fare anch’io qualcosa per contribuire a questo necessario cambiamento culturale. La neurodiversità (come tutte le differenze rispetto alla cosiddetta “normalità”) è una realtà che è sempre esistita, non è un’invenzione degli ultimi anni. La cosa nuova è che i neurodiversi da un po’ di tempo hanno cominciato a parlare, a voler essere ascoltati e a spiegare agli altri che quei comportamenti che fino a poco tempo fa erano considerati “maladattivi”, sbagliati, deficitari, lo sono esclusivamente se guardati da un solo punto di vista: quello neurotipico.

Le parole contribuiscono a dare forma alla realtà, e vanno usate con coscienza. Mi rendo conto di andare parecchio contro corrente, ma trovo sempre più importante questo dettaglio. La cultura non è un sistema granitico ma si evolve costantemente, e non necessariamente in senso positivo. Sta a noi, anche facendo attenzione al linguaggio che usiamo, far sì che questa evoluzione contribuisca al miglioramento delle nostre vite, all’inclusione delle differenze, alla comprensione della realtà che quotidianamente contribuiamo a creare.

Leave a reply:

Your email address will not be published.

Site Footer