1 maggio. La festa dei lavoratori autistici

Oggi, 1 maggio, giornata per ricordare le battaglie per i diritti dei lavoratori; e allora proprio oggi vorrei approfittarne per ricordare anche i diritti dei lavoratori autistici, ché troppo spesso (anzi, quasi sempre) di questo gruppo di lavoratori e aspiranti tali non se ne parla a dovere.

Negli ultimi due giorni, manco a farlo apposta, ho avuto dei seri problemi sul lavoro, e sono stati problemi causati proprio da quella famosa interazione tra me, autistico con un funzionamento atipico rispetto alla maggioranza, e l’università per cui lavoro, gestita da persone con un funzionamento che potremmo considerare tipico, insomma, normale in termini di appartenenza a numericamente superiore.

Non voglio entrare nel dettaglio della questione, ma la cosa che ha scatenato la crisi è stata un atto di leggerezza (e non il primo sullo stesso argomento) riguardo a un accordo che avevamo raggiunto con l’università e che era una condizione essenziale fin dal primo giorno affinché accettassi di coordinare il master.

Se da un lato posso ritenermi soddisfatto perché sul lavoro non ho mai nascosto la mia diversità e, anzi, forse proprio grazie ad alcune caratteristiche della mia condizione ho ottenuto questo impiego, dall’altro mi rendo conto che il gap culturale tra i due gruppi sociali esiste e non è per niente facile da colmare.

Il problema che ho avuto al lavoro è stato risolto e non senza difficoltà, soprattutto perché la soluzione è dovuta passare per una serie di comportamenti e azioni del tutto normali nell’ambito della cultura neurotipica, ma assolutamente estenuanti e incomprensibili per un autistico. Risultato: io sono fuori uso da tre giorni, e per fuori uso intendo che sprofondo in momenti di crisi nera di quelle che mi rendono assolutamente incapace di fare qualsiasi cosa, svuotato, privo di energie, letargico.

In questi giorni di frustrazione e dolore mi sono ritrovato a riflettere su quanto sarebbe semplice evitare certi problemi se solo venisse riconosciuto a noi, persone con un funzionamento atipico, di poterci relazionare al mondo con la modalità che ci è più naturale. E non mi sembra una grossa pretesa, visto che il resto della popolazione usa di default la propria modalità di funzionamento, cioè nessuno costringe i neurotipici a funzionare in modo diverso, essi danno per scontato che il loro modo di fare le cose sia l’unico possibile perché questo stato di cose non viene mai messo in discussione.

Anzi, mi correggo, forse negli ultimi due mesi molte persone hanno assaggiato cosa voglia dire cambiare completamente abitudini andando spesso contro la propria natura, e il risultato è chiarissimo: molti di loro si sentono costretti a comportarsi in modo innaturale, lo vivono come una forzatura frustrante dalla quale vorrebbero poter uscire il prima possibile.

Nella maggior parte dei casi, l’idea di inserimento lavorativo per gli autistici passa attraverso un processo di istruzione del neurodiverso in modo da affrontare un ambiente di lavoro che, funzionando in alcune aree in modo estremamente differente, può risultare ostile.

Pensate semplicemente a quanto già dal colloquio di lavoro le aziende puntino sulla socialità standard, sul mantenere il contatto oculare con l’interlocutore, apparire sciolti, essere dei “team player” nati, dei campioni di socialità neurotipica. E dopo l’assunzione, se si è riusciti a fingere abbastanza bene al colloquio, l’area sociale continua a essere fondamentale: riunioni in puro stile neurotipico spesso disorganizzate, prive di reali contenuti, caotiche. Quelle chiacchiere e i convenevoli, che alla persona tipica sono tanto necessari e nessuno vuole negare, per noi autistici sono spesso una tortura; l’incapacità di strutturare le riunioni e il lavoro in modo schematico e sistematico, la terribile sensazione di caos e perdita di tempo, l’estenuante obbligo di dover sopportare quella marmellata di voci che si sovrappongono, che urlano sguaiate.

E quello sociale è solo uno degli aspetti critici, ma le differenze contro cui andiamo a sbattere quotidianamente includono la sensorialità, i diversi stili cognitivi o le differenze nelle funzioni esecutive.

La socialità autistica, come tante altre caratteristiche dell’autismo, non è inferiore a quella neurotipica: è diversa. Piaccia o no, tra noi autistici funzioniamo piuttosto bene, abbiamo le nostre regole non scritte e soprattutto un livello di rispetto e comprensione per le differenze di ciascuno che, in confronto alla media della popolazione, è altissimo. Quindi, se suggerisco di lavorare contemporaneamente su due fronti per aggirare l’ostacolo del diverso funzionamento sociale, sensoriale, esecutivo e intellettivo nell’inserimento lavorativo degli autistici, non credo di dire nulla di assurdo.

Fornire a un autistico degli strumenti per comprendere il funzionamento del mondo lavorativo neurotipico, dalle regole sociali tipiche che vigono nelle aziende ai possibili stimoli sensoriali che tali ambienti potrebbero fornire, è importantissimo e nessuno lo nega. Ma è altrettanto importante che l’azienda (dai capi agli impiegati) sia informata e “istruita” nello stesso identico modo a comprendere il funzionamento neuroatipico, soprattutto perché in questo modo si dimostra di fare reale inclusione, di metterci tutti sullo stesso piano e, senza paternalismo da parte dei “normali”, di apprendere ciascuno come funziona l’altro e farne tesoro.

Spiegare, fornire strumenti, è differente da addestrare. Quello che oggi avviene nella maggior parte dei casi (salvo alcune, poche eccezioni) è che l’autistico venga “addestrato” a funzionare decentemente in situazioni a lui ostili. E ripeto l’aggettivo “ostile” perché è così che percepiamo l’ambiente lavorativo tipico, altrimenti non avremmo tanti problemi a trovare e mantenere un lavoro anche a parità di istruzione con i neurotipici.[1]

È un mondo che, nonostante la normalizzazione che viene sempre più promossa da scuole speciali e compagnie specializzate, continua a essere ostile proprio perché ci si aspetta che solo noi ci adattiamo, e contemporaneamente pretende che tiriamo fuori quei superpoteri di cui veniamo considerati portatori, e in base ai quali veniamo pubblicizzati.

Sei una scheggia in matematica o in informatica, hai una mente sistematica e iper organizzata, puoi raggiungere un livello di concentrazione spettacolare e andare in iperfocus, puoi rendere il quadruplo di una persona normale ma… ma il pacchetto include anche una differente modalità sociale, un modo diverso di comprendere il linguaggio sia verbale che non verbale, delle necessità sensoriali differenti.

Ecco, per poter mettere a frutto le caratteristiche meravigliose che ci vengono attribuite (e che, ahimè, spesso sono solo stereotipi non rispondenti al vero) bisogna che quelle differenze che fanno parte del pacchetto vengano gestite in modo intelligente, è necessario cioè che l’autistico non venga stressato dall’ambiente circostante, che le richieste sociali, linguistiche, sensoriali, non siano fonte di stress e di ansia, che non facciano precipitare l’autostima, non causino depressione. Perché normalmente è invece quello che accade.

L’azienda immagina che il giovane informatico uscito dalla scuola di avviamento professionale per autistici sia stato “istruito” a funzionare in ambiente lavorativo neurotipico (leggi “ostile”). L’azienda riceve, se tutto va bene, un training superficiale sul funzionamento della persona atipica che non è minimamente sufficiente a creare un ambiente accogliente. Spesso, anche quando ci sono una formazione e un accompagnamento dell’azienda più approfonditi e prolungati, questi vengono gestiti da personale neurotipico, per cui il rapporto di forza tra la cultura dominante che “concede” accoglienza e l’autistico che la “subisce” rimane intatto, come intatte rimangono le incomprensioni tra i due mondi.

No, non sto esagerando, caro lettore. Se sei neurotipico, se appartieni a quella maggioranza che certi problemi non se li deve porre perché la realtà è strutturata intorno alle tue necessità e caratteristiche, non potrai facilmente capire cosa significhi doversi adattare dalla mattina fino alla sera a un mondo che funziona a volte al contrario . Forse, se pensi alle difficoltà che stai vivendo in questo periodo di lockdown e le moltiplichi per 1000 ogni santo giorno della tua vita senza speranza di ritorno alla tua normalità, puoi fartene un’idea.

Non sto esagerando perché trovo che il problema maggiore nel processo di inclusione delle minoranze sia l’idea stessa di inclusione, che continua a essere gestita a senso unico dalla cultura tipica. Noi autistici dobbiamo essere istruiti sul funzionamento neurotipico, e mi sta bene. Ma se vogliamo ottenere una reale inclusione, se vogliamo che i risultati siano duraturi e che la società possa ottenere un beneficio da questo processo, allora bisogna fare anche il contrario: noi neuroatipici dobbiamo poter “istruire” i neurotipici sul nostro funzionamento.

È una questione di uguaglianza pura e semplice. Ho già spiegato abbondantemente che non ritengo valida la valutazione di un gruppo sociale come moralmente superiore o inferiore rispetto a un altro basandosi sulla superiorità numerica. Se veramente la maggioranza vuole parlare di inclusione, invece di concedere i suoi contentini dall’alto e aspettarsi che noi saltiamo di gioia rinunciando in cambio alla nostra natura, farebbe bene a riflettere sul significato della parola uguaglianza.

Già, perché si parla tanto di questa fantomatica uguaglianza, ma la visione è un po’ distorta. Uguaglianza non vuol dire appiattimento delle differenze, non è rendere tutti uguali costringendoci a funzionare nello stesso modo. Uguaglianza significa concedere a tutti i membri della società gli stessi diritti, le stesse possibilità. E se un gruppo non ha accesso a quei diritti e possibilità (per delle differenze di genere, fisiche, mentali, di orientamento sessuale) in base alle consuetudini della maggioranza, allora la maggioranza deve fare in modo che le proprie consuetudini consentano di garantire alle minoranze la fruizione di tali diritti e opportunità.

Non è così difficile, basta rifletterci, basta pensare che per le persone “normali” certe difficoltà non esistono solo perché il mondo è strutturato in base al loro funzionamento. Modifica questa cosa, e vedrai come anche il maschio bianco eterosessuale occidentale neurotipico si ritroverà a dover lottare per ottenere pari opportunità e pari diritti.

Oggi, 1 maggio, si parla di diritti dei lavoratori, benissimo. Allora cominciamo a parlare dei diritti di quei lavoratori che il lavoro non lo trovano perché segati fuori da un sistema a maggioranza tipica fin dalle fasi di selezione. Parliamo dei diritti e delle opportunità di quelle persone neuroatipiche che quotidianamente, quando anche riescono a trovare un lavoro, devono costantemente calpestare e veder calpestata la propria identità per riuscire a mantenerlo, quell’impiego spesso sottopagato[1], per poter “rendere” come gli altri.

Parliamo, oggi, del fatto che non ci saranno né diritti né opportunità per i diversi funzionamenti fisici, neurologici, mentali e cognitivi fino a che le differenze verranno viste come un segno di inferiorità. Ricordiamo che l’uguaglianza è parità di diritti, di opportunità, di dignità di essere se stessi.

E buon primo maggio a tutti.

NOTA:
[1] Frank, F., Jablotschkin, M., Arthen, T., Riedel, A., Fangmeier, T., Hölzel, L. P., & Tebartz van Elst, L. (2018). Education and employment status of adults with autism spectrum disorders in Germany – a cross-sectional-survey. BMC psychiatry, 18(1), 75.

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